Il tiranno | Roberto Galvadón (1950)

«Io sono questa città!», dice Rosauro Castro, e non solo ci crede davvero, con tutta l’arroganza di cui è capace chi esercita il potere dispotico, ma è anche consapevole di essere davvero, quella città. Territorio dove amministrare i propri interessi, giocattolo nella mani di un tiranno – come recita il più generico ma esatto titolo italiano – che non ha mai considerato l’ipotesi di un contraddittorio alla pari almeno per mezzi espressivi (leggi: esercizio della violenza).

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Quando arriva il nuovo pubblico ministero, mandato dal governo per fare luce sulla morte di un avversario politico, fa ritorno nel villaggio anche una vittima dei soprusi di Castro. Temi: è la giustizia il modo più efficace per opporsi all’ingiustizia? I mezzi della legalità possono combattere con quelli della prevaricazione? Chi detta la propria legge può essere giudicato secondo la legge? Qual è il confine tra la condanna di un criminale e il suo trasformarlo in un antieroe martire del potere costituito?

Questo e molto, moltissimo altro è tutto dentro Il tiranno, clamoroso capolavoro in cui Roberto Galvadón fa collimare le suggestioni ambientali del western, i contrasti cromatiche del noir, l’estetica del mélo, i tratti della parabola politica. Travolgente cinema popolare nella polvere di un madido Messico rurale e già disilluso rispetto alla rivoluzione zapatista, dove la democrazia è un concetto inconciliabile con i costumi perversi di banditi fattisi regnanti.

Compreso nell’arco di una giornata, è il racconto di un luogo (oppresso) che trova nel suo personaggio più in vista (l’oppressore) il crocevia di una narrazione fuori dal tempo e dentro le sollecitazioni della modernità: attraverso il corpo di Castro (staordinario Pedro Armendáriz), l’autore mette in scena quella straziante combinazione tra fatalismo e romanticismo che pervade gli animi di un popolo segnato da passioni forti quanto l’adesione alle misteriose decisioni del fato.

Circa ottanta minuti assolutamente travolgenti, nei quali la regia di Gavaldón si esalta in un profluvio di strepitosi primi piani espressionisti e inanellando momenti memorabili: difficile restare impassibili di fronte alla madre del morto che accusa pubblicamente l’omicida Castro, alle umiliazioni subite dalla moglie (con la quale ha generato un pargolo ovviamente affascinato dal padre), al campo e controcampo tra funerale e teatrino fino all’agguato finale.

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Ed è proprio qui che il regista si affida all’esplosione di immagini talmente significanti da non aver bisogno di tutto quel repertorio di dialoghi forse troppo enfatici (ma dobbiamo aver chiaro il luogo in cui si svolge l’azione e la stessa epoca del film): bastano un paio di occhi innocenti che periscono per fatale errore, il mondo che crolla addosso dopo aver lasciato presagire la catastrofe imminente per tutto il film, un senso della fine racchiuso nelle traiettorie impreviste di troppo pallottole vaganti.

IL TIRANNO (ROSAURO CASTRO, Messico, 1950) di Roberto Galvadón, con Pedro Armendáriz, Carlos López Moctezuma, Arturo Martínez, María Douglas, Carlos Navarro, Mimí Derba, Antonio del Puerto. Drammatico. ****

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