Paolo il caldo | Marco Vicario (1973)

Immagine correlataIncontro di due dimenticati. Da una parte, Vitaliano Brancati, scrittore che molto ha dato il cinema malgrado la prematura scomparsa: e se i suoi romanzi hanno conosciuto adattamenti mai banali (Il bell’Antonio e Don Giovanni in Sicilia soprattutto, con qualche dubbio sulla trasposizione dello scandaloso La governante), della prolifica attività di sceneggiatore non si può non citare la straordinaria trilogia sul carattere italiano per Luigi Zampa (Anni difficili, Anni facili, L’arte di arrangiarsi).

Dall’altra, Marco Vicario, il più obliato dei registi capaci per almeno un decennio di catalizzare il botteghino con una serie di campioni d’incassi sospesi tra ambizione internazionale (il dittico dei 7 uomini d’oro) e commedia di costume dal sapore erotico-pecoreccio (Homo eroticus e Il prete sposato). Inattivo da quasi quarant’anni, è stato il più conservatore negli anni della contestazione.

È chiaro che, riprendendo il postumo e incompiuto Paolo il caldo di Brancati, Vicario intende mettere le mani in una materia sessuale da piegare alle circostanze del suo tempo, meno interessato a studiare quanto l’erotismo sia lo specchio deformante ma attendibile di un popolo e più teso a sottolineare, in ottica ancien régime, il bozzetto farsesco e triviale anche quando si costeggia il versante tragico dell’eros come privazione, sofferenza, dolore, impotenza, ossessione.

Curiosamente realizzato nello stesso anno di Malizia e dunque incasellabile in un certo filone erotico-siculo, il film rinuncia alla dirompente angoscia insita alla prospettiva di Brancati per ripensare il testo all’epoca del buzzanchismo dei gatti mammoni, dentro una sinfonia consapevolmente volgare sui corpi avvinti dal sesso e dominati dalla dittatura dell’onore, sullo sfondo di una Sicilia prigioniera del suo immaginario folkloristico.

Commedia acida e di vasto successo di pubblico, caratterizzata dai bruni cromatismi di Tonino Delli Colli, Paolo il caldo è la storia del barone Castorini, rampollo della decadente nobiltà catanese che ha ereditato tutto dal lussurioso, arrogante, vitalistico nonno sifilitico e (forse) niente dal padre, mite uomo d’ideali socialisti. Salta da un letto all’altro, si trasferisce a Roma per fare esperienza, mentre a casa suo zio si lega alla madre.

A rivederlo oggi, non si può non notare la dimensione malata di questa picconata ai costumi perversi e dissoluti della borghesia, incapace di una serena aurea mediocritas perché, se non è repressa fino all’esasperazione in una chiusura emotiva che è anche fisica, tende in maniera esplosiva e insaziabile.

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Cinema delle facce: Lionel Stander e Gastone Moschin sono perfettamente ingordi e violenti come la fame sessuale dei loro personaggi. Ma anche lo stesso Giancarlo Giannini, all’apice del suo divismo nella stagione wertmulleriana, incarna bene la tensione di un personaggio del quale intuisce con intelligenza ciò che Vicario gioca a seppellire sotto un’ideologia che trova nel corpo della milf d’antan (e moglie del regista) Rossana Podestà l’immagine più emblematica.

Eppure ad essere davvero indicativo il casting di Riccardo Cucciola, grande attore che nel volto porta i segni di una mancanza incompatibile con una famiglia immolata alla carne. Ancora una volta, come quasi sempre gli capita in quegli anni (Sacco e Vanzetti e La violenza: quinto potere, per esempio; ma non in Francia, dove ne sviluppano il lato negativo), interpreta una vittima, stavolta del proprio rango, del dovere di essere come i suoi congiunti.

PAOLO IL CALDO (Italia, 1973) di Marco Vicario, con Giancarlo Giannini, Rossana Podestà, Riccardo Cucciolla, Lionel Stander, Gastone Moschin, Adriana Asti, Vittorio Caprioli, Marianne Comtell, Ornella Muti, Umberto D’Orsi, Barbara Bach, Oreste Lionello, Mario Pisu, Femi Bunassi. Commedia erotica. **

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