Recensione: Momenti di trascurabile felicità

MOMENTI DI TRASCURABILE FELICITÀ (Italia, 2019) di Daniele Luchetti, con Pif, Thony, Renato Carpentieri, Angelica Alleruzzo, Francesco Giammanco, Franz Cantalupo, Vincenzo Ferrara, Roberta Caronia. Commedia drammatica fantastico. **

C’è qualcosa che non va, in questa ultima fase del cinema di Daniele Luchetti. Come se dopo il punto d’arrivo Anni felici, sottostimato memoir epico-familiare, si sia rotto qualcosa. Prima si è prestato per doveri contrattuali al biopic su commissione dedicato a Papa Francesco, poi ha cercato – anche lui, ancora – di rinverdire lo spirito della commedia all’italiana col fin troppo schematico apologo Io sono Tempesta, ora si ritrova in un’operazione piuttosto azzardata.

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A partire dai fortunati zibaldoni Momenti di trascurabile felicità e Momenti di trascurabile infelicità di Francesco Piccolo, Luchetti ha messo la sua trentennale esperienza al servizio di Pif, per la prima volta impegnato in un film del quale non è anche regista. È un dato fondamentale, perché si tratta di un film che orbita nell’universo di Beppe Caschetto, agente e produttore capace di tutelare gli interessi (legittimi) dei suoi assistiti in modo assai efficace.

Luchetti, insomma, pare un po’ schiacciato sia dalla presenza dell’attore – che da sempre impronta i suoi lavori d’una autonomia tutta contenuta nella riconoscibilità del suo tono, vocale quanto emotivo – sia da quella del rampante Piccolo. E se è vero che all’origine ci sono due testi senza un intreccio, nelle cui maglie ci si può muovere con estrema libertà, è altrettanto vero che queste raccolte di frammenti sono sistemate dentro una narrazione solo apparentemente compatta e risolta.

La strada scelta (un uomo muore in un incidente stradale; poiché c’è stato un errore di calcolo in Paradiso, gli viene concessa un’ora e trentadue minuti per prendere commiato da familiari e amici comunque senza allarmali) è talmente importante da risultare perfino fragile. Niente di nuovo, niente che non abbiano già fatto Ernst Lubitsch o Robert Zemeckis (citato), ma non è questo il problema. Il problema è la natura stessa di un film scentrato, effimero, ozioso.

Prendiamo la location. È un bene che una città bella e complicata come Palermo sia teatro di una storia che non per forza racconti il mondo criminale; ma ha senso ambientarla lì come se fosse un surrogato di Roma per obblighi di film commission, giusto baciata dal sole e pervasa dall’aria marittima, con una tendenza al pittoresco che non dimentica la decadenza (le impalcature del palazzo in ristrutturazione) e individuata per giustificare la presenza di Pif?

Lo stesso Pif è in grado di garantire la credibilità di un film che è forse la sua prima vera prova del nove, essendo le sue due precedenti esperienze molto personali e protette dal doppio incarico di autore/attore (per tacere dell’attività di reporter)? Più che di una mancata relazione amorosa tra Luchetti e Pif, qui ci sembra che dimostri tutti i limiti di una recitazione esile e monocorde, specie a contatto col grande Renato Carpentieri e l’ottima Thony, tipo d’attrice davvero speciale per disinvoltura, malinconia, freschezza, ricchezza.

Prendiamo, poi, l’equilibrio tra reale e onirico: poco valorizzato dalla fotografia di Matteo Fiorilli che appiattisce tutto sull’unico tono del favolistico, come pure dalle scenografie di Marta Maffucci (gli arredi retrò, la predominanza del verde, il Paradiso come stazione ferroviaria) e i costumi di Massimo Cantini Parrini (una specie di divisa per Pif, un guardaroba vintage floreale per Thony, l’uniforme kitsch alla Qualunquemente per l’angelo Carpentieri).

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E a livello narrativo? Adattato a Pif, questo materiale esplicitamente autoreferenziale perde la sua autenticità per annacquarsi in una serie di siparietti da ceto medio riflessivo un po’ sponda Fabio Fazio (le battute sui tassisti, le donne che tornano a casa la domenica mattina, il gallismo degli imbranati). In più c’è davvero più di un occhio rivolto a Nanni Moretti, di cui Pif è una sorta di prodotto derivativo nonché soprattutto nume tutelare di Luchetti e Piccolo: si sente la musicalità della scrittura e della recitazione, nei dialoghi che subiscono gli interlocutori-vittime, nella dominanza dell’io dove a mancare è la mediazione con l’extra-io.

Infine, tra i tanti problemi, la cosa più imperdonabile di Momenti di trascurabile felicità è la tendenza Perfetti sconosciuti dello scioglimento finale, a prima vista atto di fiducia nei confronti del nostro buon cuore e in realtà soluzione estrema in un cul de sac che, non avendo il coraggio di portare a termine il progetto iniziale, preferisce giocarsela sul versante fiabesco del dramma con una ruffianeria ammiccante e fin troppo stucchevole, complice un repertorio di canzoni abbastanza pigro.

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