Inediti/ La mort de Louis XIV | Albert Serra (2016)

LA MORT DE LOUIS XIV (Francia, 2016) di Albert Serra, con Jean-Pierre Léaud, Patrick D’Assumçao, Filipe Duarte, Bernard Belin, Irène Silvagni, Jacques Henric, Marc Susini, Vicenç Altaió, José Wallenstein. Storico drammatico. *** ½

Se in una certa misura Jean-Pierre Léaud è il cinema moderno, allora La mort de Louis XIV è una sua ipotesi biografica. Se è vero – com’è vero – che nella sua immagine, da sessant’anni a questa parte, ci sono i segni di una rivoluzione (dapprima nel modo di intendere la recitazione, ma va da sé anche nella fruizione del cinema di cui è stato volto iconico, portabandiera, nume tutelare, parte integrante), il film di Albert Serra è un omaggio, una celebrazione all’attore che forse più d’ogni altro ha contribuito a ricodificare l’idea del moderno cinema d’autore.

Il Re Sole è al tramonto. Malatissimo, pallido, imparruccato come nell’iconografia che gli concede il diritto all’eternità. Circondato dalla corte che lo adula per consuetudine alla piaggeria, aspetta l’atto estremo, calcola costi e benefici della dipartita, pensa al futuro per autoconservarsi. Un corpo desacralizzato, in cancrena: quello del potere, devastato da una malattia misteriosa, putrefatto e consapevole della fine. Serra lo scopre al capezzale, sul letto dell’ultimo viaggio verso il congedo, in una stanza asfissiante dentro la quale c’è l’autopsia di tutta la nazione, di tutta la storia di un popolo, il presagio del suo ultimo atto.

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Léaud (immenso) borbotta, bofonchia, sentenzia, guarda attraverso un occhio che non ha più la capacità di visione del reale. Più grosso di quanto effettivamente sia, esagerato dall’apparato di cuscini, lenzuola, drappi che lo circonda e in cui pare immergersi, adagiato nei ricci grigi del parruccone che definisce la differenza tra lui e il resto del mondo. Nel volto del figlioletto rivede se stesso e il destino perturbante, re bambino diventato dopo oltre mezzo secolo di governo unico collante della nazione.

Serra dipinge con la precisione del ritrattista di corte e la ferocia di chi sa cogliere il grottesco, individuando nell’episodio l’allegoria più chiara per riflettere sulla caducità del potere, la ragion pura contro quella di Stato, la fragilità di ritrovarsi imbelli di fronte alla scomparsa dei padri ovvero la caduta degli dei. Esiste un momento politico giusto per dichiarare una morte? Esiste un modo per combatterla nonostante la biologia? Chiaro che Serra travalichi le epoche, ma il suo è anche un film sullo stato del cinema d’autore contemporaneo.

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