Il mare | Giuseppe Patroni Griffi (1962)

Fu un flop clamoroso, Il mare, presentato all’epoca tra i fischi della critica e il disinteresse del pubblico. Cronaca di un fallimento annunciato, forse. D’altronde, cosa c’era da aspettarsi di fronte al triangolo amoroso tra un attore (Umberto Orsini alla prima prova da protagonista al cinema), una villeggiante (Françoise Prevost: una presenza) e un giovane locale (il diciannovenne Dino Mele all’esordio), in una Capri invernale dove la tensione omoerotica è violentemente repressa al crocevia di una passione impetuosa quanto inconfessabile?

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E, in fondo, che tra l’attore trentenne e l’adolescente del posto vi sia quella determinata relazione è chiaro ai nostri occhi ma mai davvero esplicitato dalle parole. Se c’è da dare un merito alla regia dell’esordiente Giuseppe Patroni Griffi, esso è proprio nel sapere trasmettere attraverso una angosciosa economia di sguardi l’attrazione fisica e l’inquietudine dei due corpi maschili e lo sconcerto e lo sconforto della donna.

Patroni Griffi era già un frontrunner del teatro italiano, con all’attivo due grossi successi come D’amore si muore (malamente portato sul grande schermo una decina d’anni dopo) e Anima nera (adattato nello stesso 1962, tra i peggiori esiti della carriera di Roberto Rossellini) per la Compagnia dei Giovani (ne faceva parte lo stesso Orsini). Per il suo passaggio al cinema, dopo alcune esperienze in sede di sceneggiatura, trova nel temerario Gianni Buffardi un produttore disponibile a scommettere sul nuovo talento.

Con le sue atmosfere più struggenti che malinconiche, acuite da uno spazio naturale di straordinaria mestizia esaltato dalla nitida e spettrale fotografia di Ennio Guarnieri, Il mare sembra un racconto speculare a quello dei Leoni al sole di Vittorio Caprioli, a sua volta tratto dal capolavoro di un caro amico di Patroni Griffi, quel Raffaele La Capria che con Ferito a morte ha raccontato meglio di chiunque altro le grandi occasioni mancate, le attese irrisolte, l’angoscia di non poter essere come tutti.

Al limite di un formalismo per certi versi solo apparente, Patroni Griffi dimostra di aver visto le prime epifanie di Alain Resnais: si abbandona in un luogo che definisce ed è definito da un confine (il mare) così evocativo e al contempo in grado di trasmettere una sensazione di smarrimento e isolamento, si perde in una struttura architettonica che guarda agli ambienti borghesi di Michelangelo Antonioni, cala i personaggi in un tempo sospeso, lontano dal mondo, impenetrabile.

Mancato stilista comunque dotato di raffinata eleganza, Patroni Griffi è un regista che segue la suggestione teatrale con una trazione naturale, ben assistito da Guarnieri e dal montaggio creativo di Ruggero Mastroianni. Che sia un film datato e molto figlio del suo tempo è fuor di dubbio, ma c’è qualcosa di intrigante in questa laconica e dilatata storia di fantasmi, perfino nei dialoghi fin troppo letterari o alla ricerca della frase ad effetto e della provocazione (la battuta sulle attrici mature).

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Nell’inverno di uno scontento generale, sulle musiche invadenti e furibonde di Giovanni Fusco (più l’onnipresente Nico Fidenco in colonna sonora), affiorano immagini esteticamente affascinanti: una pioggia che diventa una doccia disperata, infissi che incorniciano le figure in imprevisti tableau vivant, piscine vuote, angolazioni sghembe sulla soglia del virtuosismo, tracce del passaggio dell’amore sulle etichette delle bottiglie. Françoise Prevost è una presenza.

IL MARE (Italia, 1962) di Giuseppe Patroni Griffi, con Françoise Prevost, Umberto Orsini, Dino Mele, Renato Scala. Drammatico. ** ½

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