Recensione: Dumbo

DUMBO (U.S.A., 2019) di Tim Burton, con Colin Farrell, Danny DeVito, Michael Keaton, Eva Green, Alan Arkin, Finley Hobbins, Niko Parker, Suan-Li Ong, Joseph Gatt, Sharon Rooney. Fantastico. **

C’è un problema di fondo in Dumbo, che è lo stesso di altri remake live action dei classici Disney. Il progetto nasce dall’idea che il prezioso catalogo dell’azienda – conosciuto e comprensibile a tutte le latitudini – possa essere spremuto sfruttando le sempre più incredibili tecnologie a disposizione, proponendo sontuose esperienze spettacolari a partire dal già noto. Nessuna pretesa di inventare mondi nuovi, c’è solo l’idea di far passare il messaggio che questa volta la magia è vera.

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Se Il libro della giungla e La bella e la bestia hanno adattato in maniera piuttosto fedele gli originali, il primo puntando sullo stupore della tecnica (praticamente un altro film d’animazione) e il secondo sull’eternità della storia romantica, per Maleficient e Cenerentola si è lavorato sulle cornici, l’uno appesantendo la narrazione di inutili motivazioni alla cattiveria della protagonista su cui si slitta il baricentro e l’altro giocando con intelligenza sullo schema della favola.

Ora, Dumbo è forse lo zenit di questo progetto, anche perché del progetto è stato incaricato Tim Burton, già regista della prima di queste trasposizioni, il fin troppo fortunato Alice in Wonderland, punto di non-ritorno di una carriera che da almeno un decennio gira a vuoto. Al servizio della major che lo estromise oltre trent’anni fa, Burton si trova a dover gestire un materiale che non può stravolgere se non restituendo ciò che il mainstream vuole della sua fu poetica.

Il problema di cui prima è Dumbo stesso. Cioè la pretesa di trasferire una storia di quel tipo in un’operazione del genere. Dilatare in poco meno di due ore sessanta minuti che da quasi ottant’anni impressionano per perfezione estetica, esattezza melodrammatica, trasparenza emotiva, repertorio di allusioni politiche (nonché interne all’azienda: ma questa è un’altra storia). Un metaforico feel good movie straordinario che ha però un elemento fondamentale: Dumbo e la mamma non parlano.

Nel film di Burton, non esistono animali parlanti. Mancano le memorabili elefantesse megere, il topolino Timoteo è ridotto ad un cammeo, i corvi sono volati altrove. Delegati alla parola sono gli umani, caricature dei freaks burtoniani interpretati da attori che in passato hanno frequentato l’autore. E, a parte il direttore del circo impersonato dal cartoon Danny DeVito, gli altri – tutti piuttosto sfocati, limitati all’evidenza dello schizzo – sono inventati dalla nuova sceneggiatura di Ehren Kruger.

Ambientato a ridosso del primo conflitto mondiale, Dumbo è diviso in due parti che non comunicano: la prima è quella più legata all’originale, commovente più per ciò che ricorda che per quello che (ri)accade; la seconda introduce la figura di un imprenditore intenzionato a sfruttare l’imprevisto talento dell’elefantino. A mediare il tutto, ci sono due bambini, figli di un ex star del circo tornato invalido dalla guerra, che sembrano i soli a capire da subito il povero elefantino dalle grandi orecchie.

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Sarà forse un problema di tempistica, come se questo Dumbo sia arrivato troppo tardi rispetto a quanto Burton avrebbe potuto dare un ventennio fa nel ripensare un soggetto tanto affine alle sue corde. Eppure, al netto di momenti nei quali affiorano la tenerezza nei confronti di un bambino verso cui è impossibile non essere empatici e la crudeltà di un mondo incapace di accoglierlo, il film è stanco, fiacco, perfino vagamente inutile.

Non emergono né la destrutturazione autoriflessiva del mito contenuta in Saving Mr. Banks e Ritorno al bosco dei 100 acri né la capacità burtoniana di esprimere la struggente tensione dell’horror mitigata dalla rassicurante dolcezza della fiaba. E non ci sono nemmeno i mitici elefanti rosa, che da rappresentazioni di una fuga alcolica sono ridotti a edulcorate bolle di sapone in un blando gioco da Cirque du Soleil.

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