Recensione: Dolceroma

DOLCEROMA (Italia, 2019) di Fabio Resinaro, con Lorenzo Richelmy, Luca Barbareschi, Valentina Bellè, Claudia Gerini, Francesco Montanari, Armando De Razza, Libero De Rienzo, Iaia Forte, Alessandro Cremona, Luca Vecchi. Commedia. *** ½

Tutto, in Dolceroma, è consapevolmente votato all’eccesso. Allo sberleffo, al dileggio, alla presa per il culo: sin dal titolo, che convoca la memoria inevitabile del capolavoro felliniano. «Brucia Roma!», canta Antonello Venditti, nel finale, mentre Luca Barbareschi gli va appresso, burning man dentro cui divampa il fuoco dell’arte della cialtroneria italica. Produttore nel film e produttore del film: Oscar Martello c’est moi, più o meno, Oscar Martello è come come Roma. Eterno.

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Dormiremo da vecchi ovvero il titolo del romanzo di Pino Corrias all’origine del film. E su una festa scorrono i titoli di testa: una festa come tante, come troppe, piena di mostri pronti al selfie del proprio degrado morale. Già un surrogato di grande bellezza – la Roma dei film degli anni zero: ecco una traccia da seguire – senza il bisogno di dire che a far l’amore comincia tu perché l’amore non esiste, esiste solo il cinema. In quanto industria, ideologia, alibi: il cinema italiano è questa roba qua.

Morti di fame che campano sperperando i soldi accumulati da coniugi compiacenti, finiti a fare film perché la criminalità è una cosa seria. La vanagloria, l’ignoranza, la volgarità. Dolceroma sa benissimo di cosa parla. È un film di Fabio Resinaro, certo: e che zampate, che sfrontatezza nel mettere in scena questa devastante, grottesca apocalisse con le marche dell’action, con un ritmo sconosciuto alla maggior parte delle commedie nostrane.

E che nelle scene delle riprese, prima quelle immaginate e poi quelle effettive, mette la firma, il graffio con la ferocia di chi cerca un’idea di cinema diversa, magari non all’altezza delle nostre possibilità ma pretende di misurarsi con un’ambizione necessaria e spudorata. Contro il pippatissimo regista pippa Luca Vecchi, Tarkovsky dei poveri che gira solo piani sequenza per evitare di subire la katana del produttore e che per il bene del cinema italiano farebbe bene a suicidarsi.

Ma è anche un film di Barbareschi, in quello che probabilmente resterà il suo ruolo cinematografico della vita. Un condensato del peggio (ma si stava meglio quando si stava peggio, no?) dei produttori romani – un film romano sfacciatamente antiromano – che hanno costruito cattedrali del e nel nulla, ma anche uno schiaffo, direi quasi uno dei tanti “vaffanculo” dispensati da Martello a mo’ di intercalare, a tutto quel mondo che lo esclude dal salotto buono (eppure lo distruggerà pure, il David di Donatello comprato in assenza della statuetta, ma quello non è il David di Donatello…).

Ed è pure un film di Fausto Brizzi, ebbene sì, l’appestato accolto all’ovile della galassia Eliseo dall’appestato Barbareschi. Soggettista e regista della seconda unità, con la sua fedele montatrice Luciana Pandolfelli a battere il tempo di questa satira selvaggia, chiaramente allegorica, zeppa di immagini sfrontate e battute ad effetto: Claudia Gerini che esce dalla vasca piena del miele che produce, Valentina Bellè e la fiction italiana che fa schifo, la pancia di Francesco Montanari.

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Attraverso la monocorde voce narrante di un Lorenzo Richelmy catatonico, corpo sballottato in una gabbia dove il trash trionfa in quanto consapevole scelta di campo, agitandosi sopra le righe con l’eccitazione dell’euforia artificiale, decadente, masochista dei suoi personaggi. Di che parla Dolceroma? Un ventinovenne già fallito ha scritto un romanzo su una donna che lotta contro la camorra. Un produttore ne sfoglia trenta pagine e decide di farci un film per accontentare la sua amante, un’attricetta che sa qualcosa di troppo su di lui e sull’amico distributore (Armando De Razza, solito clamoroso caratterista).

Il film viene male: solo la promozione può salvarlo. Perché non inventarsi che la camorra non ha gradito? Perché non inscenare un sequestro? Magari non tutto torna, la dimensione thriller è forse confusa, il finale sbrodola un po’ troppo… ma, come dire, Dolceroma è così sbilanciato, sbalestrato, squilibrato, esplosivo, straripante e al contempo ragionato, pensato, studiato, architettato, chirurgico da meritare tutta l’ammirazione dovuta agli oggetti che flirtano col disastro in maniera tanto spericolata.

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