Recensione: L’uomo fedele

L’UOMO FEDELE (L’HOMME FIDÈLE, Francia, 2018) di Louis Garrel, con Louis Garrel, Laetitia Casta, Lily-Rose Depp, Joseph Engel. Commedia mélo. ***

In una redazione piuttosto affollata, il giornalista televisivo Abel, seduto di fronte allo schermo del computer, prova a prendere appunti studiando le sei inquadrature del servizio che sta preparando. Chiaramente pensa ad altro. Ma anche noi, in fondo: è questo il momento in cui capiamo quanto L’uomo fedele sia davvero una meditazione sul mestiere dell’autore che si fa ancora più acuta, stratificata, composita dacché egli è pure attore.

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Non si può prescindere da questo dato, perché è proprio qui che il film rivela la sua dimensione autoriflessiva, che si riverbera nella (apparente) complicazione data dal punto di vista tripartito, da uno schema nel cui triangolo si formano altri triangoli potenzialmente infiniti. Il montaggio del servizio di Abel è l’immagine di quello della sua storia d’amore: che è una sola, malgrado le parabole impreviste, i dolori inattesi, la giovinezza che se ne va, il tempo che passa e al contempo non esiste.

Tre voci che raccontano la stessa storia attraverso angolazioni esclusive; un morto, che è il trait d’union tra i vertici del triangolo; e un bambino, al solito più intelligente degli adulti, che sovverte il sistema, innesca le dinamiche, semina il dubbio, chiede aiuto. Prima di tutto, una sceneggiatura di raffinata complessità, pura variazione del magistero letterario di Jean-Claude Carrière, un signore di quasi novant’anni che il cinema lo fa da una vita e ai massimi livelli.

Difficile non leggere nella filigrana de L’uomo fedele il suo romanzo ipotetico, con le voci dei tre vertici del triangolo a definire i confini ovvero i capitoli di una narrazione che trova la chiave per decifrare il mistero nel mutamento della prima persona. Qual è il mistero? L’amour, ça va sans dire. Settantacinque minuti (dio sia lodato) per raccontare otto anni che sembrano una vita.

Marianne vive con Abel, all’improvviso lo lascia perché gli annuncia di essere incinta di Paul, con cui ha una relazione parallela. Abel se ne va, cade per le scale, incrocia una ragazzina sotto casa che gli porge un fazzoletto. La sera stessa, Abel va a letto con un’altra donna per dimenticare Marianne, finendo per dimenticarsi solo l’occasionale amante. Nello spazio di una scena, passano otto anni, ed è come se quel buco narrativo sia efficacemente espresso da quella scopata senza importanza.

Paul muore improvvisamente. Tutto avviene all’improvviso. Al funerale, Abel ritrova Marianne con il figlioletto. E la sorellina di Paul, Ève, che è diventata una donna e ama da sempre Abel, ed è disposta a tutto per averlo. E poi? E poi non accade niente; anzi, di tutto. Il tempo non esiste. Scorre, cade per le scale, non passa tra pareti troppo strette, cade come la neve pigra dell’inverno parigino. Universo bo-bo (borghesia bohémien) all’ennesima potenza, ma con una consapevolezza che lo rende sopportabile.

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Louis Garrel si guarda allo specchio deformante della Novelle Vague non in quanto continuatore del movimento ma interprete dello spirito, volteggiando con la macchina da presa alla ricerca del mistero nascosto in un paio di occhi per i quali vale la pena vivere, lasciando precipitare l’occhio sulle scarpe e quando dall’alto sceglie di osservare una folla indistinta riesce a trovare l’equilibrio tra il gusto del dettaglio e il totale disinteresse per chi è estraneo al suo schema sentimentale.

C’è tanto di quel cinema, ne L’uomo fedele, che quasi verrebbe voglia di bypassarne l’apparato di citazioni accumulate con indubbio amore. Ma, in un film teoricamente così dentro l’orizzonte non solo cinefilo ma proprio del fare-cinema, non si possono omettere le affinità con cotanto padre Philippe e soprattutto con François Truffaut. Tra gli allievi del maestro, Garrel è forse quello che con maggiore simpatia si approccia al modello Doinel (di cui è sostanzialmente un epigono nella realtà, tale è la sua “crescita in diretta”) tra suggestioni di baci rubati e questioni di corna in domicili coniugali.

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