Il caro estinto | Tony Richardson (1965)

Reduce dalla – per certi versi – imprevista incetta di Oscar fatta con Tom Jones, Tony Richardson godeva di tutte le libertà per potersi misurare con qualcosa di meno gradevole e immediato, per quanto a pensarci oggi fa abbastanza specie che un coming of age tanto libertino e spudorato come il suo film più fortunato possa aver raggiunto un tale successo negli States (ma forse c’era l’allure letteraria a garantire il beneplacito dei moralisti americani).

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Con Il caro estinto, Richardson alza evidentemente la posta in gioco, peraltro già confermando l’eclettismo e la curiosità di un regista non facilmente incasellabile, che mai dimentica tuttavia lo spirito anarcoide e spavaldo della breve e radiosa stagione del Free Cinema di cui è tra i massimi esponenti. Non tutto andò secondo i suoi piani e certo non è il suo miglior film; eppure, benché non piacque né al pubblico né alla critica, merita comunque l’attenzione della quale sono degni i film sbagliati, mancati, maledetti.

Tratto da un best seller satirico edito nel 1948 da Evelyn Waugh già proposto nientemeno che a Luis Bunuel e a Elaine May, racconta la comunità degli artisti britannici espatriati a Hollywood. Il primo bersaglio della sceneggiatura di Terry Southern e Christopher Isherwood è proprio la Mecca del cinema: inesauribile macchina delle illusioni, cimitero degli elefanti, rifugio estremo di una cricca di falliti che esorcizzano la paura della morte officiando un infinito rito autocelebrativo.

La feroce satira all’industria cinematografica trova un veicolo nella storia del giovane poeta beat Denis, giunto a Los Angeles per far visita allo zio, che però si impicca proprio qualche giorno dopo essere stato licenziato dalla major per la quale lavorava da trent’anni. Parte così un balletto assurdo in cui piroettano un vecchio amico dello zio che vuole convincere il ragazzo a investire l’eredità per una prestigiosa sepoltura, una bislacca estetista romantica, un reverendo che fa affari sporchi, un giovane genio della missilistica, un folle imbalsamatore.

Naturalmente Il caro estinto va letto con la lente dell’esasperazione, della parodia sprezzante, della commedia nera deflagrata al cospetto del perbenismo americano peraltro in uno dei ciclici momenti di crisi della sua industria cinematografica. Il supremo cinismo con cui tratta i cadaveri è forse un po’ troppo calcolato, con l’approccio caustico dei bambini dispettosi che si divertono a smontare il mito, picconare i monumenti nazionali, prendere in giro le ossessioni di una nazione.

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Macabro e grottesco, il pur prevedibile intreccio metaforico tra l’agonizzante industria del cinema e quella funeraria, così rampante da puntare proprio verso lo spazio da conquistare nel decennio più interstellare, funziona nella misura in cui intende dissacrare la società americana, nella posizione privilegiata del giovane britannico di successo (Richardson non arrivava nemmeno a quarant’anni) pronto a profanare la chiesa.

Cinema cimiteriale carnevalesco, più malizioso che coraggioso, si avvale di un cast affollatissimo, cinto attorno al forse non indovinatissimo Robert Morse, star di Broadway che cinquant’anni dopo abbiamo ritrovato come presidente del capolavoro Mad Men: tra camei, epifanie e partecipazioni, si segnalano il caro estinto John Gielgud, Rod Steiger di luciferina pazzia con mamma ingorda, Jonathan Winters in un doppio ruolo, le apparizioni di Margareth Leighton, Liberace (!) e Dana Andrews.

IL CARO ESTINTO (THE LOVED ONE, U.S.A., 1965) di Tony Richardson, con Robert Morse, Jonathan Winters, Anjanette Comer, Rod Steiger, Dana Andews, Milton Berle, James Coburn, John Gielgud, Tab Hunter, Margaret Leighton, Liberace, Roddy McDowall, Robert Morley, Barbara Nichols, Lionel Stander, Robert Easton, Paul Williams. Commedia nera. ** ½

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