Il deserto dei tartari | Valerio Zurlini (1976)

No, forse Valerio Zurlini non immaginava che sarebbe stato il suo ultimo lavoro. Intendeva mettere su un biopic su San Paolo – chissà, in continuità con il tuttora trascurato Seduto alla sua destra d’origine evangelica – e magari riuscire finalmente a trasporre Lo scialo di Vasco Pratolini. Tuttavia, morì per le conseguenze della cirrosi epatica nel 1982, sei anni dopo il suo commiato registico, periodo in cui insegnò al Centro Sperimentale e diresse il doppiaggio di alcuni film, per esempio Il cacciatore.

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Tra i più sottovalutati cineasti italiani, facilmente etichettabile con aggettivi quali raffinato e decadente, ha lasciato non solo un certo numero di progetti incompiuti (La zattera della medusa, Verso Damasco, Di là dal fiume e tra gli alberi: esiste un tomo su questi atti mancati) nonché un vuoto insopportabile, soprattutto alla luce dell’incapacità della critica dell’epoca di coglierne la suprema grandezza.

Eppure Zurlini credeva di essersi sistemato, in virtù del buon esito de Il deserto dei Tartari, arrivato quattro anni dopo il capolavoro La prima notte di quiete, che peraltro incassò piuttosto bene così da garantirgli la possibilità di dirigere un tale kolossal. Sì, perché molti registi ci avevano provato, da Michelangelo Antonioni a Miklós Jancsó, a portare sul grande schermo l’ormai classico di Dino Buzzati; e solo Zurlini, grazie ai finanziamenti raccolti da Jacques Perrin, riuscì nel progetto.

Perrin, fondamentale uomo-chiave del cinema europeo (a lui si devono la consacrazione di Costa-Gavras con l’epocale Z., il fortunato debutto di Jean-Jacques Annaud Bianco e nero a colori, i film post-coloniali di Maroun Bagdadi e Ousmane Sembène, il documentario Microcosmos), ritaglia per sé la parte principale: il sottotenente Drogo, mandato nell’avamposto militare della Fortezza Bastiano (non Bastiani come nel romanzo) per sorvegliare la frontiera in attesa dei misteriosi Tartari.

Ciò che già affiorava nel capodopera con Alain Delon (ma anche l’amore impossibile di Estate violenta e il requiem di Cronaca familiare: e abbiamo citato tre titoli fondamentali del cinema non solo italiano) trionfa qui in una prospettiva certamente meno melodrammatica e più rarefatta: l’attesa dell’arrivo della mitologica popolazione è un tempo che non esiste, è la morte che seduce Drogo conquistandolo infine, quando il motivo di cotanta attesa sta per presentarsi al cospetto di chi vi ha vissuto in funzione.

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Zurlini ritrova il luogo della storia nella oggi distrutta fortezza iraniana di Arg-e Bam e in altre zone d’Italia, dall’Alto Adige all’Abruzzo fino alle scenografie ricreate a Cinecittà da Giancarlo Bartolini Salimbeni, specializzato negli anni Settanta nel ripensamento di contesti del passato. Ma il film, pur un po’ prolisso, è una continua sfida al calligrafismo da sempre principale accusa fatta al regista, dai colori incredibili di Luciano Tovoli al senso di sospensione generato dalle note di Ennio Morricone.

Nella sua dimensione così poco italiana, è uno dei tre congedi nazionali del 1976, tutti a loro modo concentrati sul tema della morte: la perversa allegoria politica e funerea del Salò di Pier Paolo Pasolini (congedo non previsto) e l’apologo dannunziano sul superuomo suicida de L’innocente di Luchino Visconti (congedo consapevole). Clamoroso il cast all stars, impegnato anche in brevi apparizioni, raccordate nel montaggio a cui misero mano Kim Arcalli e Raimondo Crociani, professionisti assai dissimili tra loro.

IL DESERTO DEI TARTARI (Italia-Francia-R.F.T., 1976) di Valerio Zurlini, con Jacques Perrin, Vittorio Gassman, Giuliano Gemma, Helmut Griem, Philippe Noiret, Fernando Rey, Laurent Terzieff, Max von Sydow, Jean-Louis Trintignant, Giuseppe Pambieri, Francisco Rabal, Lilla Brignone. Drammatico. ****

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