Festival del Cinema Spagnolo 2019 | Recensione: Mudar la piel

MUDAR LA PIEL (Spagna, 2018) di Ana Schulz, Cristóbal Fernández, con Juan Gutiérrez, Frauke Schulz Utermöhl, Mingo Ràfols, Ana Schulz. Documentario. *** ½

Tutto nella locandina. Un uomo anziano con un paio di baffi grandi e a manubrio, le sopracciglia folte, le rughe che solcano una faccia che racconta un mondo. Una storia che sarebbe già tutta in quel volto: che è quello di Juan Gutiérrez, oggi lucido ultraottantenne ma fino a circa vent’anni fa famoso in patria per essere uno dei più abili mediatori tra il governo spagnolo e l’ETA per la risoluzione dell’annoso conflitto interno.

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Dietro la figura di Juan, padre della regista Ana Schulz che dirige il film assieme a Cristóbal Fernández, se ne scorge un’altra i cui contorni sono sfumati, una macchia opaca di colori che lasciano solo intuire il viso della persona. Si tratta di Roberto (Florez, cognome mai nominato per motivi che infine s’intuiscono), amico molto stretto di Juan ai tempi dell’attività di mediatore, rivelatosi inaspettatamente un agente dei servizi segreti infiltrato nella sua vita per spiarlo e screditarlo.

Scontata la pena in carcere, Roberto è di recente riapparso nella vita di Juan, che sembra non riporre alcun rancore nei suo confronti. Il cuore di Mudar la piel è qui: possibile che un’amicizia possa resistere ai contraccolpi di un tradimento così feroce, inatteso, crudele? Qual è il segreto – e, perché no, il senso – di questa relazione tutto sommato mai interrotta? Cosa vuole Roberto? E cosa passa per la testa di Juan? È giusto interrogarli? È legittimo chiedere conto di questo rapporto in apparenza incomprensibile?

Seguendo un ormai consueto metodo del documentario contemporaneo, Schulz e Fernández si inseriscono nel solco di quel tipo di narrazione che si sta rivelando uno dei filoni più importanti ed appassionanti del mondo spagnolo (pensiamo alla letteratura, dai romanzi di Javier Cercas e Fernando Aramburu): la lettura, l’interpretazione, la comprensione della recente storia patria attraverso le vicende private, in questo caso talmente particolari da risultare emblematiche per entrare nei meandri di una nazione in piena seduta psicanalitica.

Mudar la piel racconta anzitutto uno spaccato politico mediante una figura paradigmatica: Juan è un intellettuale comunista (la casa piena di volumi di Marx, Mao, Gramsci…) che ha combattuto il franchismo, è scappato dal regime per lavorare in Germania dove ha conosciuto la compagna di vita e, tornato in Spagna, si è adoperato per mettere fine alla lotta armata. La stessa fine della sua azione è molto interessante per intuire la complessità di una situazione incandescente e forse bisognosa di una contestualizzazione più approfondita per chi è digiuno del tema.

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Tuttavia, anche in questi termini, questo family affair trova una dimensione da spy story piuttosto intrigante perché fondata su un intreccio di memoria personale (fondamentali gli interventi della moglie Frauke) e rievocazione storica (per gli amanti del genere: che delizia quel raccoglitore di articoli!), filmati di repertorio e foto inedite che avrebbero potuto scatenare reazioni scomposte, verità e finzione.

Non si deve anticipare molto perché la natura sfuggente di Mudar la piel è la cifra che lo caratterizza. Però si può dire che è davvero affascinante per come mantiene l’equilibrio tra la teoria e la pratica, il tempo reale che segna le vite e l’invenzione di un tempo che non esiste permessa dal cinema stesso, la spericolata capacità di ripensare il mondo e le struggenti emozioni di una storia che brucia come quelle che vale la pena ri-raccontare per renderle ancora più vere.

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