Recensione: Stanlio & Ollio

STANLIO & OLLIO (STAN & OLLIE, U.S.A.-G.B.-Canada, 2018) di Jon S. Baird, con Steve Coogan, John C. Reilly, Shirley Henderson, Nina Arianda, Danny Huston. Biografico commedia drammatico. ***

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Hanno circa sessant’anni ma sono già anziani. Peggio: rottamati. Stan Laurel cammina per le strade di Londra e si ferma di fronte al manifesto dell’ultimo film di Gianni e Pinotto: quando è successo?, sembra chiedersi, perché non siamo più noi due, io e Oliver Hardy, Stanlio e Ollio, le star su quel cartellone?, com’è possibile che tutti riciclano il nostro repertorio e noi siamo costretti a girare i teatri inglesi sperando negli applausi dei nostalgici?

Con notevole acume, Stanlio & Ollio non è solo un biopic su due figure leggendarie che per la prima volta riusciamo ad estraniare dal loro cinema, ma anche e soprattutto un backstage movie che riesce a mantenersi fedele ai fatti reali senza seguirne l’esatta scansione cronologica. L’ottima sceneggiatura di Jeff Pope, infatti, unisce tre diverse tournée (1947, ’52, ’53) in una sola (l’ultima), mischiando le carte in tavola spostando le date del film mancato (Robin Hood è un progetto abortito del ’47) e dell’arrivo delle mogli.

Come dire? Chi se ne frega. Perché Pope ragiona sul senso della fine, sul viale del tramonto di due star più grandi del cinema che non li vuole più; e se ultimo spettacolo deve essere, che sia il più possibile un omaggio, un commiato, un congedo a qualcosa di irripetibile, riproposto malinconicamente benché con estremo professionismo sulle tavole di palcoscenici prima di provincia e poi meno pulciosi e con un pubblico sempre più presente affettuoso.

In sottotraccia, i flashback dell’ultima stagione di gloria, interrotta dal “tradimento” di Ollio costretto dal produttore Hal Roach a recitare senza Stanlio. È il grande fantasma di una relazione che i due interpretano in modo evidentemente diverso, almeno sulla superficie delle parole che scalfiscono il cuore: Stanlio talmente complice col collega al punto di considerarlo un amico fedele, Ollio più pragmatico e capace di scindere il lavoro dal privato. Insomma, sono amici, questi due?

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Il segreto di un’amicizia che forse non è tale se non agli occhi di Hardy – e con una certa forzatura abbastanza suggestiva potrebbe presupporre un represso mènage omoerotico – esplode in un momento straordinario, un confronto aspro durante un party con alcuni finanziatori: «hai tradito la nostra amicizia, io ho amato noi due», rivendica Laurel; «tu hai amato Stanlio e Ollio, ma non hai mai amato me», puntualizza Hardy. Una dichiarazione d’amore al contrario in cui si intravede un mondo di delusioni, frustrazioni, insoddisfazioni mescolato al dramma del crepuscolo artistico ed umano.

Chiaro, Steve Coogan e John C. Reilly sono mostruosi: se il primo bypassa una non eccezionale somiglianza fisica lavorando sulla contrapposizione tra le espressioni dei gag più famosi e una certa aria contrita nella vita normale, il secondo approfitta delle pesanti protesi per immaginare una maschera da vaudeville costretta a vivere sempre in scena, un enorme cartone animato dall’animo triste. E, chiaro, il film, diretto in modo diligente da Jon S. Baird (attenzione agli specchi), pur efficace nel dosare storiografia e reinvenzione, amarezza e commozione, pulsa delle loro incredibili performance.

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