Il codice Da Vinci | Ron Howard (2006)

A ripensarci oggi quasi non si crede alle circostanze con cui Il codice Da Vinci di Dan Brown approdò sul grande schermo, non solo accompagnato da un incredibile battage pubblicitario almeno per un testo del genere ma soprattutto con uno strascico di polemiche e boicottaggi del mondo cattolico che suscitano più di un sorriso. Forse davvero l’ultimo fenomeno di massa adulto e molto seminale (quanti thriller e horror in zona Vaticano?) prima dei social, figlio di un evento letterario dalle proporzioni attualmente improponibili.

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Stroncato dalla maggior parte dei critici, deluse parzialmente deluso anche il pubblico. Oggi pare abbastanza irrecuperabile se non come curiosità ormai d’antan, ma è simpatico ripensare agli anatemi delle gerarchie ecclesiastiche, ai fan del libro impegnati a smontare il testo alla ricerca di incoerenze narrative e buchi logici, alla spropositata serietà con cui il tutto fu accolto tra i detrattori e i cospirazionisti.

Al film ci pensò quel gran professionista di Ron Howard nelle fasi in cui decide di far cassa. Un’ottima sequenza iniziale, che lascia presagire un piacevole intrattenimento, con l’inseguimento nel Louvre in cui il monaco Silas cerca, su ordine dell’Opus Dei nella persona del cardinal Aringarosa, di uccidere Jacques Sornier, custode del museo nonché del più grande insabbiamento della Storia (che bello il complottismo!).

E però già un attimo dopo il film si rivela verboso, molto prolisso (specialmente nell’ultima, interminabile, parte), infarcito da dialoghi improbabili che dimostrano tutta l’incapacità della pagina scritta del prodotto di consumo di reggere alla prova di un cinema benché popolare. Il problema è proprio la narrazione sconnessa e confusionaria, ma che come tutte le teorie complottistiche è raccontata in maniera convincente da risultare perfino affascinante.

Al netto della discutibilità delle teorie riciclate da Brown, l’indubbia capacità di attanagliare il lettore fattosi spettatore si scontra con la perplessità di non saper scegliere tra il thriller che vorrebbe essere, il giallo che non può essere, l’action che sa di non poter essere, il dramma che ogni tanto crede di essere, un film storico che… ecco, è chiaro.

Il codice Da Vinci è piuttosto un blockbuster ibrido e poco efficace, che non emoziona e solo in parte diverte per la sua trama intricata ed assurda e il comparto di attori in evidente vacanza. Si sta al gioco, ma la sceneggiatura non aiuta e né contribuiscono un imbolsito Tom Hanks con capelli improbabilmente unti e Audrey Taotou inverosimile e poco convinta.

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Adattamento italiano da galera, con i francesi che parlano come l’ispettore Closeau e Alfred Molina doppiato con uno spagnolo da avanspettacolo. Si salvano Paul Bettany, monaco luciferino e masochista, e Ian McKellen, che forse colgono bene quanto sia necessaria la dose di supremo cazzeggio per barcamenarsi in questo delirio che si prende troppo sul serio. Meglio Angeli e demoni e perfino Inferno, più gustosi e disincantati.

IL CODICE DA VINCE (THE DA VINCI CODE, U.S.A., 2006) di Ron Howard, con Tom Hanks, Audreu Taotou, Ian McKellen, Jean Reno, Paul Bettany, Alfred Molina, Jürgen Prochnow, Jean-Pierre Marielle, Marie-Francoise Audollent, Francesco Carnelutti. Thriller. * ½

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