Doris Day era l’America prima della rivoluzione

Mentre il marito sta cercando di salvare il figlio, Jo è seduta al piano alla Royal Albert Hall ed esegue, tra le lacrime che è costretta a trattenere, la canzone che cantava sempre al bambino. Whatever will be (que sera sera). È un momento clamoroso, una delle dimostrazioni di quanto fosse geniale Alfred Hitchcock nel dosare tensione ed emozione, angoscia e commozione, d’accordo. Tuttavia, se di fronte a quella sequenza de L’uomo che sapeva troppo non riusciamo a non sentirci parte del turbinio è anche grazie all’attrice che interpreta mamma Jo.

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Tutti la ricordano per le commedie romantiche delle quali è stata indiscussa regina per almeno un decennio, ma la grandezza di Doris Day la si vede anche qui, in un giallo dove riesce a tenere testa al maestro malgrado un aspetto estetico in tutto e per tutto compatibile con l’ideale hitchcockiano dell’oggetto del desiderio. A dispetto delle apparenze, la bionda e smagliante Day era piuttosto autonoma e scafata, tant’è che, a scandagliare la carriera, non sono molti i grandi registi con cui ha lavorato.

Segno di un potere contrattuale, certo, ma anche di un divismo a cui non serviva, in fondo, l’egida del grande regista. Ad inizio carriera è per ben quattro volte sotto Michael Curtiz – segnalo almeno Chimere, febbricitante mélo musicale – ma poi si lascia guidare solo occasionalmente da profili forti come quelli di Charles Vidor (Amami o lasciami), Stanley Donen (Il gioco del pigiama), George Seaton (10 in amore), Gene Kelly (Il tunnel dell’amore), Richard Quine (Attenti alle vedove). E sono occasioni d’oro, forse le sue prove migliori. Certo le più interessanti assieme alle puntate drammatiche: Merletto di mezzanotte e Caprice la cenere che scotta.

I suoi registi ideali sono gli esperti, professionali David Butler (ben sette volte, compresi Tè per due e Non sparare, baciami! ovvero Calamity Jane), Michael Gordon (Il letto racconta… e Fammi posto tesoro), Delbert Mann (Amore, ritorna! e Il visone sulla pelle), Norman Jewinson (Quel certo non so che e Non mandarmi fiori). E, guarda caso, sono i film che l’hanno resa mitica, la fidanzatina d’America, la signorina della porta accanto, la partner dell’uomo ideale cioè Rock Hudson.

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Figlia di immigrati tedeschi, nell’immaginario mondiale Doris Day è una quarantenne piacente e stucchevole, la versione domestica, accomodante, conciliante della bionda femme fatale, sintesi tra Marilyn e Sandra Dee, a suo modo l’apoteosi di un atteggiamento conservatore (votava repubblicano, peraltro) che elegge la donna a rassicurante angelo del focolare dopo tranquille scorribande sentimentali comunque mai davvero di rottura. Una figura utile e funzionale per la transizione del cinema americano dalla Golden Age alla New Hollywood, in Italia esaltata dalla voce meravigliosamente morbida di Rosetta Calavetta.

Nessuno vuole sminuire DD, morta alla bella età di 97 anni. Però chiediamoci perché la sua ultima apparizione sul grande schermo è datata 1968. Non è il caso di scomodare Norma Desmond: no, il cinema non era diventato troppo piccolo per lei, anzi. Era semplicemente diventato altro. Più moderno? Forse. Un mondo che non le apparteneva più, tant’è che si chiuse per qualche anno nel piccolo schermo con una sitcom, senza mai lasciare la musica. Rifiutò di essere Mrs. Robinson: e Il laureato sarebbe stato un altro film. Migliore, peggiore? L’avrebbe sabotato dall’interno? Cavalcato la novità?

Per qualche ora, anni fa, era circolata la voce di una sua clamorosa rentrée al fianco di Clint Eastwood. Fake news che confinava col sogno, una pazza idea. È rimasta, nel suo piccolo, un’icona, una leggenda, sì, in un certo senso all’origine di Desperate Housewives, dietro il perturbante di Pleasentville e della suburbia di Edward mani di forbice; e oggi piace ricordare il potenziale nascosto del suo erotismo addomesticato: nello split screen accanto a Hudson, lei dentro la vasca che tocca coi piedi i piedi di lui… Non vinse un Oscar, nemmeno alla carriera: grave.

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