Recensione: I figli del fiume giallo

I FIGLI DEL FIUME GIALLO (JIĀNGHÚ ÉRNǙ, Cina-Francia, 2018) di Jia Zhangke, con Zhao Tao, Liao Fan, Xu Zheng, Casper Liang, Diao Yinan. Mélo gangster. ****

Ci ha ormai abituato, Jia Zhangke, a seguire la sua idea di film come opera mondo. Nel panorama contemporaneo, il suo cinema puro, stratificato, rapsodico è quanto di più vicino a ciò che in letteratura rappresenta il romanzo: l’epica della modernità che non attraversa i generi ma li usa per architettare un discorso complesso e polisemico, un intreccio di piani del racconto all’interno di partitura che resiste al tempo perché lo domina. Di conseguenza, Jia è un regista totale.

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E lo sa. Ne è cosciente. Per la disinvoltura con cui utilizza il proprio vissuto autoriale, le ossessioni del suo cinema circolare, i corpi di storie che si ripetono nel cuore delle loro parabole emotive differenziandosi sulla superficie degli eventi. Un’autoreferenzialità talmente esposta da risultare, perciò, imprescindibile chiave di lettura, che pur tuttavia rischia di imbrigliare I figli del fiume giallo dentro un meccanismo un po’ compiaciuto nell’orientarsi dentro l’orizzonte artistico del regista.

Dopo la perfetta tripartizione melodrammatica di Al di là delle montagne, Jia ritorna alla frammentarietà romanzesca della narrazione divisa in tre momenti storici. Da una parte, costituisce un’occasione per continuare il suo discorso sulle trasformazioni della nazione cinese al crocevia del capitalismo; dall’altra, dilata l’intuizione di creare un film composto a sua volta da tre ipotetici corti che sono diversi per forme, immagini, estetiche, dove tutto si tiene per l’ampiezza di un respiro poetico davvero unico.

Qui trova l’ispirazione – e lo strumento – nella storia d’amore tra Zhao e Bin, una cavalcata romantica virata in gangster, dal 2001 al 2018: nel primo movimento, a Datong, lei è la pupa del boss, che gestisce una bisca secondo le regole della jianghu (a cui fa riferimento il titolo originale), la fratellanza criminale; cinque anni dopo, lei lo cerca, dopo aver scontato una pena per difenderlo; infine, i ruoli si sono ribaltati, ma il tempo è stato crudele con tutti.

Intrecciando suggestioni di musical (l’incidenza delle canzoni pop in Jia è decisiva), commedia imprevista (dovuti ai comprimari), un momento di puro action (la colluttazione), imprevisti innesti da scifi (un gioco di luci nell’oscurità) e una miriade di altri baluginii, I figli del fiume giallo non dimentica mai il sostrato noir sul quale si staglia uno dei mélo più incandescenti degli ultimi anni, ben racchiuso dal titolo scelto per la distribuzione internazionale: Ash is the Purest White, la cenera è il bianco più puro.

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Nel sistematico quanto felice cambiamento di tagli narrativi (fotografia di Éric Gautier), Jia esplora tre regioni della Cina per sottolineare lo scollamento tra una nazione ubriacata dalle possibilità del capitalismo e strozzata dalle sue ambizioni, la discrepanza tra i palazzi che si innalzano tutti uguali e i desolanti spazi di un cantiere eterno. In questo senso è emblematica l’immagine in apertura del terzo movimento, con la scalinata a determinare il distacco tra il passato e il presente, la decadenza di chi è solo fisicamente in alto, l’ascesa di chi ha saputo adattarsi ai nuovi corsi senza rimuovere la tradizione…

Ma è anche – soprattutto? – un film che vive di momenti memorabili: la pistola che cade dalla cinta di Bin mentre sta ballando con Zhao YMCA; Bin che insegna a Zhao a sparare; il volto di lei attraverso le sbarre; lo struggente dialogo in albergo dopo cinque anni di silenzio; l’abbraccio disperato in treno con l’uomo appassionato di ufo; ma forse a restare davvero è l’immagine di Zhao (la grande Zhao Tao) che spara verso il cielo.

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