L’ultimo gioco in città | George Stevens (1970)

Il cinema classico è finito, i tempi sono cambiati, la giovinezza al potere. Nella stagione della New Hollywood, una curiosa operazione di retroguardia, un incontro tra due idee di cinema solo apparentemente inconciliabili: il dramma da camera, tratto da un testo teatrale poco fortunato, su misura per una diva sfiorita e la nuova star dopo il film della rottura totale (Gangster Story) e un attimo prima di diventare un vero motore del sistema.

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Lei è Elizabeth Taylor, dimostra più dei suoi trentotto anni non tanto per gli infiniti occhi d’innocenza alcolica ma per tutto il cinema che si porta addosso. Da trent’anni alla ribalta, deve ripensarsi in un mondo che non sa più accoglierla se non come meraviglioso residuo del passato. Lui è Warren Beatty, più giovane (rimpiazza l’originario Frank Sinatra), il più complesso tra i divi della nuova ondata, bello e impegnato, versatile ammiratore del cinema che fu.

Dietro la macchina da presa c’è George Stevens, colui che dopo aver scoperto l’orrore dei lager nazisti – impegnato al fronte, filmò all’interno dei campi di Duben e Dachau – annullò la sua indole brillante in un cinema votato al melodramma. Non è un caso che da supreme commedie come Primo amore, La donna del giorno o Molta brigata vita beata sia virato verso un’attività molto meno compulsiva e più toccante, da Mamma ti ricordo a Il diario di Anna Frank passando per il mitico Il cavaliere della valle solitaria.

Il più attento a mettere in scena il processo dell’innamoramento, Stevens racconta la storia di due disperati che cercano di capitalizzare le loro solitudini in qualcosa di travolgente. Lei è una ballerina sul viale del tramonto, in attesa che l’amante divorzi dalla moglie. Lui fa il pianista ma ha la malattia del gioco d’azzardo e sogna di vincere i soldi necessari per trasferirsi a Manhattan. Siamo a Las Vegas: non può esserci lieto fine.

Massacrato all’epoca da una critica miope che ne esaltò gli aspetti meno affascinanti, è in realtà uno di quei film hollywoodiani del periodo che ragionano sulla coscienza della fine (di un mondo). Come Fedora, Gli ultimi fuochi, Nina e S.O.B.e anche l’ultimo, ritrovato The Other Side of the Wind, affiorano la decadenza e la putrefazione di un sistema che si ostina a restare vivo pur non potendolo più essere, lo svelamento e la demistificazione della macchina delle illusioni.

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Forse un po’ in anticipo sui tempi, oggi mi appare un luminoso e dannato esempio di un cinema ormai impossibile (se non proprio il Beatty di L’eccezione alla regola), splendidamente respingente nel definire un paesaggio emotivo più desolato che desolante. Fu un flop commerciale senza appello che chiuse la carriera del grande regista – ritiratosi, sarebbe morto cinque anni più tardi – e non aiutò quella della diva, con cui aveva condiviso i grandiosi Un posto al sole Il gigante.

L’UNICO GIOCO IN CITTÀ (THE ONLY GAME IN TOWN, U.S.A., 1970) di George Stevens, con Elizabeth Taylor, Warren Beatty, Charles Braswell, Hank Henry. Drammatico. ***

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