La corruzione | Mauro Bolognini (1963)

Prima dei titoli di testa, una dotta ed efficace dissertazione sulla differenza tra cattolicesimo e marxismo. Dunque:  La corruzione. Le linee programmatiche del film sono tutte qui: chiare, semplici, didascaliche. Una dimensione politica, nel senso più alto e nobile del termine, così netta da determinare con sfuggente precisione i confini di un film apparentemente schematico eppure in purezza così furente da essere soprattutto scomodo.

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Benché all’epoca non sia stato considerato tra i capi d’opera di Mauro Bolognini, alla lunga, oltre mezzo secolo dopo, La corruzione regge molto di più rispetto ai celebrati adattamenti in costume come La viaccia – quello sì oggi senza dubbio ammirevole ma invecchiato un po’ male. Come altri piccoli apologhi perturbanti del periodo, da La rimpatriata a Il boom, mette in luce i lati oscuri del benessere economico, il versante malato e le contraddizioni della classe dominante.

Tre protagonisti. Il primo è Stefano, appena diplomato in collegio, che vorrebbe farsi prete. Il secondo è suo padre Leonardo, industriale dell’editoria milanese con cinquecento dipendenti a libro paga («ci credi alle idee?» gli chiede il figlio; « mica vado ancora a scuola»: potente Alain Cuny con la voce di Enrico Maria Salerno) che non condivide la scelta del figlio. La terza è Adriana, escort d’alto bordo, che il padre usa per corrompere il figlio e portarlo sulla retta via (la sua).

«In un mondo che non è religioso», Stefano vuole «vivere religiosamente», senza sporcarsi per l’obbligo di vivere meglio, cosciente di non poter condurre la stessa esistenza del padre. Che da par suo si comporta da tiranno, mettendo la forza della vocazione del figlio alla prova della tentazione sessuale. «Pensi che io possa vivere come te?»: e sta tutto nel termine “vivere” il mistero di questa storia nera e cupissima, sul soprav-vivere nell’orizzonte cinico degli affari, della prostituzione intellettuale, della religione del denaro.

Sullo sfondo, tre apparizioni. La prima è quella della madre di Stefano, chiusa in clinica per un male oscuro incompreso dal marito, che mette in connessione quelle che lui chiama vigliaccherie: «come tua madre si nasconde nelle cliniche tu ti nasconde nelle tonache». Un personaggio straziante («quando avete cominciato a odiarvi tu e la mamma?» «da quando ci siamo sposati»), che Isa Miranda cesella in pochi, indimenticabili minuti, prima di cadere in un sonno programmato di due giorni: «tu cresci troppo in fretta e io invecchio troppo in fretta»; «tu sei giovane, non puoi capire»; «per me la morte sarà la prima notte tranquilla»; «verrai a trovarmi?».

La seconda è quella di Morandi, un intellettuale al soldo di Leonardo (che però lo disprezza «quello è un santone della resistenza»), consapevole dell’irrilevanza della sua posizione («l’Italia non è un paese di idee ma di elettrodomestici, un paese di oggetti») e comunque accomodato sui suoi vantaggi economici. La terza è quella, più laterale ma altrettanto forte, di un giovane dipendente del padre, nemesi di Stefano e sua versione disperatamente, pessimisticamente coraggiosa.

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In questo film secco e tagliente – benché evirato dalla censura e oggi distribuito monco di qualche minuto – Bolognini dà una bella prova, anche grazie alla clamorosa fotografia di Leonida Barboni a sua volta in estasi nei momenti in mare. Sulla barca della corruzione, lontano dal mondo, la Venere della Schiaffino tenta il giovane Jacques Perrin: «sei come una cosa senz’anima, senza niente», la condanna lui con moralistica severità; «sei difficilino, sai, pensi un po’ troppo: per questo non sei mai stato con una donna», lo marchia lei con la vocina genovese da maliarda gattina.

Grande stilista, Bolognini orchestra tutto con intelligenza, esaltando al meglio i contributi dello scenografo Maurizio Chiari (la decadente casa paterna con cani e statue) e del costumista Piero Tosi (la mise della Schiaffino, i completi bianchi dei vivi-morti e quello nero del morto-vivo), nonché le musiche di Giovanni Fusco che, occhieggiando alle atmosfere di Michelangelo Antonioni, impressiona con un danzante finale sulle note di un ipnotico hully gully. La cattiva accoglienza dell’epoca è tutta riassumibile in un saggio di cinismo verso la fine: «non posso resuscitare i morti ma posso pagarli». Scritto da Ugo Liberatore, prodotto da Alfredo Bini.

LA CORRUZIONE (Italia-Francia, 1963) di Mauro Bolognini, con Alain Cuny, Rosanna Schiaffino, Jacques Perrin, Isa Miranda, Filippo Scelzo, Ennio Balbo, Bruno Cattaneo. Drammatico. ***

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