Recensione: Aladdin

ALADDIN (U.S.A., 2019) di Guy Ritchie, con Mena Massoud, Will Smith, Naomi Scott, Marwan Kenzari, Navid Negahban, Nasim Pedrad, Billy Magnussen, Numan Acar. Fantastico avventura musical. **

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È diventato abbastanza stucchevole commentare l’ennesimo adattamento live action di un classico Disney e francamente non vorrei ripetermi sul perché di queste operazioni. Facciamola facile: non rischiare, capitalizzare, monetizzare. Va bene così, ci mancherebbe. A questo punto conviene inventarsi un altro criterio critico per analizzare questi film, destinati ad aumentare finché catalogo non si esaurisce.

Perché, chiaro, anche Aladdin replica il metodo dei precedenti : prende l’originale e lo ricalca, trova degli avatar in carne e ossa e rimette in scena i movimenti del cartone, ne dilata la durata allungando il brodo con stratagemmi commerciali (una nuova canzone, maggiore spazio a personaggi assegnati a qualche interprete di peso) o di regia. Ecco, ci siamo: la regia. Che non è mai affidata allo stesso regista. Lontani i tempi dei “registi della casa” alla Robert Stevenson.

Stavolta tocca a Guy Ritchie, che porta in dote lo scanzonato rock’n’roll di una messinscena agile e scattante. Sta bene addosso ad Aladdin, così come stavano bene – al di là degli esiti – l’eleganza da commedia di corte data da Kenneth Branagh a Cenerentola o lo sguardo fantasmagorico sulla diversità di Tim Burton in Dumbo. Dovremmo forse prendere la faccenda per questo verso, leggendo i prevedibili remake disneyani attraverso la scelta – e le scelte – dei registi.

Detto ciò, Ritchie gestisce la baracc(onat)a con un approccio indubbiamente smaliziato, divertito dal grosso budget a disposizione, suggestionato dalla possibilità di rifare Il ladro di Bagdad e però costretto a restare dentro uno schema rigido, in cui il regista è l’esecutore finale di un’operazione nella quale il film in sé è solo una parte del sistema, l’oggetto utile a intercettare in sala un pubblico trasversale sia infantile (che non hanno visto il cartoon) che nostalgico (chi, invece, ci è cresciuto) nonché i genitori rassicurati dal marchio Disney.

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Benché tutto sommato fluido, Aladdin dura troppo, per di più immotivatamente, e ha problemi di casting abbastanza importanti: pur ovviati dalla presenza carismatica di Will Smith – un Genio spavaldo e muscoloso perlomeno lontano dal mito di Robin Williams – gli attori o sono troppo scialbi e plasmati sugli originali senza il necessario carisma o non sono idonei (che peccato quel Jafar sprecato da Marwan Kenzari) e in ogni caso accettabili solo in una prospettiva americana che butta in caciara dentro un indefinito contesto mediorientale.

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