Malombra | Mario Soldati (1942)

Dopo Piccolo mondo antico, piccolo capolavoro di equilibrismo tra la sensibile adesione al romanzo e le sottili allusioni alla situazione politica contemporanea, Mario Soldati decise di affrontare un altro testo di Antonio Fogazzaro, Malombra, con l’obiettivo di lavorare di nuovo con Alida Valli, della quale peraltro si era anche innamorato – e noi lo capiamo benissimo. Per motivi contrattuali, dovette rinunciare alla diva in favore della più matura Isa Miranda: e si sente tutta la mancata corrispondenza amorosa tra il regista e l’attrice.

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È un male? Assolutamente no se consideriamo la natura tetra finanche feroce di Malombra, forse il film più spudoratamente, violentemente melodrammatico di un autore molto intrigante per la brevità e l’intensità del suo operato dietro la macchina da presa. Si sa, Soldati è stato sempre relegato nel novero dei calligrafici; ma, come Renato Castellani (qui aiuto regista: un anno dopo avrebbe esordito con Un colpo di pistola), dimostra proprio qui quanto possa essere malsana e perversa quella fredda, apatica, leziosa confezione naturalistica che i detrattori chiamano calligrafica.

Niente di più falso. Malombra rivela il cuore nero non solo dell’incostante produzione di Soldati, ma anche la dimensione più inquietante di un cinema per pigrizia definito illustrativo (detto ciò, incredibili le scene di Gastone Medin e i costumi di Maria de Matteis) e che in realtà fingeva di fuggire altrove, lontano dalle richieste della contemporaneità, per parlare non tanto di ciò che stava avvenendo attorno quanto di tutto quel sistema di relazioni, sensazioni, umori che dal gotico arrivano fino all’horror senza mai dimenticare la pulsione erotica e romantica degli amori impossibili.

Lugubre e lacustre, attraversato dall’incessante commento musicale di Giuseppe Rosati che invade le immagini di quel Massimo Terzano che usa la luce per lame tagliente e individua nel buio le risposte alle domande rimaste inevase su cosa vi sia oltre la vita, è la storia della marchesina Marina di Malombra che, rimasta orfana, viene segregata nella dimora sul lago di Como dello zio, dalla quale potrà andarsene solo in caso di matrimonio. La solitudine la convince di essere la reincarnazione di una sfortunata antenata e l’incontro con uno scrittore non potrà che agevolare la strada verso la follia.

In un ruolo così clamoroso, la Miranda sembra percepire chiaramente il suo status di attrice non voluta: e perciò ostenta una recitazione in apparenza sbagliata e invece straordinaria per la fiera, maledetta, sublima capacità di calarsi nelle zone d’ombra di un personaggio sospeso tra vita e morte. Ma non è l’epicentro di un film che sceglie di non focalizzarsi solo sull’antieroina – tetra e non empatica come solo, più tardi, la Valeria D’Obici di Passione d’amore – si allarga, quasi devia verso altre suggestioni.

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Abitate sia dal coprotagonista Andrea Checchi che da uno stuolo di strepitosi comprimari, su tutti lo zio del cupo Gualtiero Tumiati, la sempre arcigna ed impressionante Ada Dondini, l’esule di Giacinto Molteni. È un modo con cui Soldati riesce a rappresentare il fulcro di un romanzo tanto claustrofobico quanto rivolto all’esterno, se non fosse che il presunto en plein air sia a sua volta una figura di chiusura, un lago minaccioso che sembra presagire la fine di un sistema, di un cinema di una nazione.

Ma è con la lente di questi film di frontiera – anche geografica: qui siamo nell’alta Lombardia; così come lo è, per altri motivi, il padano Ossessione di Luchino Visconti, non a caso un altro melodramma incandescente e disperato – che si può leggere al meglio la fin du monde del regime e la guerra incipiente. Guarda caso un film di fantasmi e di morti che non muoiono mai, stilisticamente audace e dall’estetica abbacinante tanto da far intuire la vocazione internazionale di Soldati.

MALOMBRA (Italia, 1942) di Mario Soldati, con Isa Miranda, Andrea Checchi, Irasema Dilian, Gualtiero Tumati, Nino Crisman, Enzo Biliottti, Ada Dondini, Giacinto Molteni, Luigi Pavese, Filippo Scelzo. Drammatico noir. ****

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