Recensione: Climax

CLIMAX (Francia, 2018) di Gaspar Noé, con Sofia Boutella, Romain Guillermic, Souheila Yacoub, Kiddy Smile, Claude Gajan Maude, Giselle Palmer, Taylor Kastle. Grottesco. **

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C’è una legge non scritta che in pochi si segue secondo cui sarebbe bene diffidare di chi dichiara programmaticamente la galassia culturale dunque sentimentale quindi politica alla quale fa riferimento. E se, d’accordo, le bricconate dei titoli di coda in apertura e la rivendicazione ironica della nazionalità francese, per tacere dell’incipit con la donna sanguinante nella neve, ci stanno nella misura in cui sono all’interno di un preciso orizzonte, l’ostentazione del catalogo di film e libri, insomma, anche no.

Sì, certo, potremmo lasciarci suggestionare dalla patina vintage – siamo nel 1996 e i fatti raccontati sarebbero ispirati alla realtà – e dalla passione feticista per il supporto (le videocassette) e il mezzo (il televisore già vecchio per quell’anno). Eppure, come dire, non è che la videoteca di Gaspar Noé riveli qualcosa di davvero imprevedibile o che uno sguardo abituato non sappia comunque decrittare all’interno della sua poetica.

Da una parte Nietzsche, Kafka, Wilde, Freud. In mezzo Murnau, Lang, Shrader. Dall’altra, Zombie, Suspiria, Fassinder, Salò, Possession. Ok, Noé, hai fatto le letture giuste, hai visto i film giusti. E quindi? Tutto Climax nasce sotto il segno di una pretesa, dove più che rivendicare l’operazione sembra quella del giustificare in prospettiva onanistica – grado zero della cinefilia – un film calcolato al millimetro per provocare, mettere a disagio, impressionare.

Deo gratias, si dirà, perché peraltro nessuno si aspettava da Noé qualcosa di conciliante e compito degli autori è quello di mettere in crisi l’esistente. Però il giochetto funziona fintanto che lo spettatore capisce di trovarsi in una clamorosa – legittima, per carità: ma c’è modo e modo – presa in giro, un giro a vuoto dettato dall’uso di una sostanzia diluita nella sangria che, in ottica narrativa, è una comoda via per raccontare uno smarrimento, uno scombussolamento, un’alienazione che già di per sé riguardano i personaggi del film, un gruppo di performer riunitosi per una festa.

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Anche nel titolo Climax rivela la sua natura fondata sull’escalation, espressa stilisticamente attraverso lunghe sequenze, pedinamenti asfissianti fino ad un capovolgimento dell’immagine che per oltre dieci minuti ci vorrebbe mettere nella condizione di ribaltare il nostro sguardo e adattarlo a quello del regista e delle sue creature. Una danza fin troppo allegorica allegramente delirante enfatizzata dall’esperienza allucinogena, interessante e perfino divertente finché emergono tutti i limiti del remix (di un cinema, di un’epoca e dei suoi miti e dei suoi riti).

Una simpatica furbata che, chiaro, è nei diritti di un regista compiaciuto del proprio status di ragazzo terribile ormai piuttosto stagionato, un esperimento nella forma di un esercizio di stile – e che stile!, si potrebbe dire: ok – che cerca l’ipnosi estetica, l’immersione in suoni respingenti, l’euforia dell’estasi che nasconde il degrado di una nazione. Incubo accogliente e seducente fatto di ribaltamenti continui e sorprese programmatiche: d’accordo, ma per me è fuffa.

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