Il Cinema Ritrovato 2019 – day by day / giorno 6

Giovedì 27 giugno

 

  • Ore 9:00. Restauro tra i più attesi dell’edizione, Moulin Rouge segna la sua seconda replica all’Arlecchino. Consueto appuntamento con la riedizione di un film di John Huston, maestro la cui opera è costantemente oggetto di ripensamento, è tra i più atipici e personali dei lavori di questo grande regisa. Dominato da un José Ferrer fresco di Oscar per Cyrano de Bergerac ma desideroso di bissare con il ritratto scrupoloso e appassionato del tormento, geniale, alcolista, sfortunato Toluse-Lautrec, è una festa per gli occhi (i colori, sgargianti anche nell’oscurità, sono di Oswald Morris, chiaramente ispirato dai cromatismi del pittore protagonista) che non fa fatica a svelare la malinconia, il dolore, l’atroce senso della fine che pervadono un capolavoro sì ascrivibile al non-genere del biopic ma anche da considerare l’affresco di un mondo perduto.

 

  • Ore 11:15. Tra le retrospettive più curiose del festival, c’è l’ormai classica Alla ricerca del colore del film – Vintage Print, selezione di rare e preziose copie d’epoca. Per omaggiare il defunto Stanley Donen, al posto del previsto e più “scontato” Cantando sotto la pioggia, si è optato per Indiscreto, una delle commedie più supreme degli anni Cinquanta. Da una parte, come tutti i film di Donen che non sono musical, è in realtà un musical ipotetico dove tutti vorrebbero cantare e ballare in gloria della finzione ma sono costretti a parlare e muoversi per ottemperare ai doveri della realtà. Dall’altra, è talmente glamour questo olimpico mondo di ricchi mondani romantici da non poter che essere un’ode alla finzione, abitata da due divi maturi e immensi quali erano Ingrid Bergman e Cary Grant.

 

  • Ore 14:15. Prosegue il ciclo su Jean Gabin che, accanto a capisaldi della sua carriera (Il bandito della Casbah, Il commissario Maigret, Le chat), sceglie di riscoprire alcune chicche della sua imponente filmografia. La vergine scaltra dovrebbe far parte del mazzo, nobilitato dalla regia di un maestro del realismo poetico come Marcel Carné che nel dopoguerra non ebbe modo di raggiungere le stesse vette della sua stagione migliore. In verità il film è invecchiato maluccio malgrado l’atmosfera a suo modo seducente, pur apprezzabile per la rotondità del suo ritrattino di una provincia portuale fatta di piccole ambizioni e loschi sotterfugi. Con splendida lucidità, Gabin entra nella maturità confessandosi vecchio e stanco.

 

  • Ore 18:30. Tempestata da un ritardo di oltre venti minuti e da problemi di proiezione, Der große mandarin (alla lettera Il grande Mandarino) è un’altra delle scoperte del ciclo sulla Trizonia, cioè gli eccentrici film del dopoguerra girati nella Germania ovest. Tentativo ammirevole benché più interessante nelle intenzioni che effettivamente risolto nei risultatia srorta di, è un metafilm che nel finale anticipa le magie della La rosa purpurea del Cairo, accumulando intuizioni e suggestioni da teoria del cinema dunque della vita che però trovo più compiute nel coevo Film senza titolo, visto nella stessa retrospettiva. È una parabola politica in forma di commedia vagamente distopica che parafrasa la realtà e le indica una via d’uscita per garantire pace eterna (alla Germania), ambientata in una Cina reinventata dove le donne si alleano per sconfiggere i maschi rivelatosi corruttori e bugiardi.

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