Alla riscoperta di Lina Wertmüller | I basilischi (1963)

L’Oscar alla carriera assegnatole quest’anno ci permette di ragionare in maniera più sistematica sul cinema di Lina Wertmüller. Prima della cerimonia di consegna, troveremo molte occasioni per riprendere in mano la sua opera, cercando di ragionare al di là del poker di film che le ha garantito all’estero quel credito che oggi le permette – a sorpresa? – di essere annoverata tra le cineaste italiane più importanti e rappresentative del nostro tempo.

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E allora conviene partire dal principio, da I basilischi, l’esordio realizzato a ridosso dell’impegno come aiuto regista di Federico Fellini in 8 ½. Nel cinema, insomma, Lina ci entra dalla porta principale, qui benedetta da una produzione attenta (Lionello Santi in collaborazione con la 22 Dicembre di Ermanno Olmi) e da uno stuolo di collaboratori di prima fascia: il geniale Gianni Di Venanzo alla fotografia, Ruggero Mastroianni al montaggio, Ennio Morricone alle musiche.

Film rapido, giovane e ruspante e comunque denso e profondo, I basilischi è quasi un unicum nella filmografia di Lina. Il titolo allude forse a un genere di rettili dell’America tropicale che, seguendo una variante del mito di Narciso, si credeva desse la morte con lo sguardo. Il riferimento zoologico-grottesco deve certamente la sua ispirazione a I vitelloni, di cui l’opera prima di Lina è una sorta di cover nell’aspra e brulla terra lucana, con l’aggravante del contemporaneo miracolo economico a determinare l’ulteriore distacco tra il centro e la periferia.

C’è un filone sempreverde del cinema italiano che racconta la noia, il disincanto, la malinconia, il malumore, le speranze, la vita dei giovani di provincia e che ha proprio nel capolavoro adriatico di Fellini se non l’origine almeno il capostipite. Appartengono al catalogo, tra gli altri, i lucchesi Giovani mariti, la borghesia ascolana de I delfini, i capresi Leoni al sole, la variante dei più maturi veneti Signore & signori e quella tragica dei riminesi ne La prima notte di quiete, naturalmente i fiorentini Amici miei, e poi i punk pescaresi de La guerra degli Antò, i fuorisede a Bologna della Fortezza Bastiani.

È una linea piuttosto interessante, alla quale appartiene anche il debutto di Lina, che per certi versi ha ripreso il racconto corale una decina d’anni più tardi con Tutto a posto e niente in ordine. In questo caso, il quotidiano dei protagonisti è modulato su un registro che sicuramente deve più di qualcosa alla musicalità dell’allora recente Divorzio all’italiana di Pietro Germi, ma anche il doppiaggio – che era comunque pratica obbligata – viene risolto qui con una creatività che si accosta abbastanza alla lezione felliniana.

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Più che di fuori sincrono, si può parlare di una contaminazione tra suono della voce e voce interiore, con questi personaggi che parlano un dialetto fatto di parole morse, rimasticate ed espulse con brutalità. La cappa asfissiante della controra – l’apice della calura tra la fine del pranzo e il principio dell’aperitivo – trova qui una dimensione mitica che avvicina la provincia lucana ad un ipotesi inespressa di western, con l’apatia generale che si mischia al sudore di un caldo insopportabile, acuito dal terso bianco e nero di De Venanzo.

Il desiderio di andare lontano si scontra con l’ancoraggio quasi ottuso alla terra natia. Le donne capitalizzano il loro potere domestico per ovviare all’inettitudine maschile. Il rigurgito fascista individua il cuore nero di un popolo impreparato al progresso e nostalgico della dialettica tra servi e padroni. L’angoscia serpeggia fino ad esplodere nella cupa ferocia di un suicidio inatteso e sconvolgente. C’è un po’ di tutto e ci si riconosce nei particolari specialmente se si conosce quel tipo di situazione. Piacque al Festival di Locarno, dove vinse la Vela d’Argento.

I BASILISCHI (Italia, 1963) di Lina Wertmüller, con Antonio Petruzzi, Stefano Satta Flores, Sergio Ferrarino, Luigi Barbieri, Flora Carabella, Mimmina Quirico. Commedia drammatica. ***

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