I cannibali | Liliana Cavani (1970)

È indubbio che le immagini de I cannibali appartengano completamente alle tensioni suo tempo. Un tempo di contestazione, emancipazione, conflittualità. Il film di Liliana Cavani si esprime nel solco di un certo cinema che, coniugando il grande spettacolo d’autore, l’impegno civile, il progetto allegorico e la suggestione politica, cerca di porsi sia come istantanea in grado di parafrasare la cronaca sia in quanto evento aderente ad una dimensione atemporale.

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I colori (di Giulio Albonico, che nello stesso periodo, dopo Diario di una schizofrenica e H2S, cura Ondata di calore: indicativo) e gli umori indicano l’inserimento nel filone distopico – come accade in N.P. – Il segreto di Silvano Agosti, con cui condivide un ambiente urbano similmente cupo e allucinato – ma la struttura ha qualcosa di ancestrale, proprio determinato dallo svincolamento temporale, che lo avvicina per certi versi a Sotto il segno dello scorpione, fuga primordiale dei fratelli Taviani.

In questo senso, l’idea di partire dall’Antigone è coerente con la volontà di sottolineare l’inattualità del testo classico attraverso una vicenda dentro una prospettiva al di fuori del tempo e dello spazio, malgrado i suoi espliciti riferimenti alla contemporaneità. A suo modo, è una scelta da mettere accanto a quella dell’Edipo re di Pier Paolo Pasolini, pur rinunciando a restituire un ambiente consonante a quello del testo d’origine.

Ed è una suggestione che potrebbe aprire molte riflessioni sui legami tra due film basati su narrazioni intimamente allacciate tra loro, poiché la tragedia di Edipo è a monte del conflitto della famiglia di Antigone. È interessante che nell’arco di pochi anni il cinema italiano dimostri quanto non ci si possa sottrarre alla lezione del mito, servendosi del suo linguaggio nudo e fisico, per scandagliare la complessità del presente, l’identità indefinibile, le radici dell’ostilità politica nel contrasto privato.

In questa versione della tragedia, Tebe è ritrovata a Milano, scenario emblematico sia perché uno degli epicentri dell’infiammata stagione contestataria sia in virtù di un’urbanistica che la rende paradigmatica per definirne un contesto fuori dagli obblighi geografici. Come in Sofocle, anche qui a chi viene ucciso perché contrario al regime totalitario è negata la sepoltura e dunque lasciato per le umide strade della città.

Il punto di partenza del film, insomma, è lo stesso della tragedia: e lo riconosciamo nel dialogo – stavolta su un mezzo pubblico – in cui Antigone (Britt Ekland, diva del momento) informa la sorella Ismene (la delicata Delia Boccardo) che intende seppellire il fratello nonostante le diverse disposizioni governative nonché l’opposizione del fidanzato Emone (Tomas Milian, perfetto), figlio del primo ministro (ovvero Creonte: è il poeta e scrittore Francesco Leonetti).

Ciò che Cavani e gli sceneggiatori Italo Moscati e Fabrizio Onofri vogliono mettere in evidenza è la capacità del testo mitico di dare forma concreta a concetti astratti, lontani dall’idea neoclassica che sia il racconto di un mondo riconciliato e convinti invece che l’angosciante clima contemporaneo sia decifrabile attraverso quella eterna visione conflittuale tra lo stato di natura e la ragion di Stato.

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Così agendo, si accentua rispetto a Sofocle l’assenza di sfumature tra personaggi positivi e negativi, diventando Antigone figura decisiva per intercettare le tensioni umanitarie del periodo, con la pietà e l’I care che muoiono (letteralmente) a causa del sistema dispotico. La Milano borghese serve alla regista per sottolineare l’indifferenza di una popolazione che cerca in tutti i modi di non sentirsi coinvolta, mentre un pontefice incede benedicente lungo le strade piene di cadaveri, dietro un furgoncino che le annaffia per evitargli la contaminazione (ideologica, igienica, morale).

Tra tutte le scelte che caratterizzano questo ripensamento moderno della tragedia – coi capitali dei Cicogna nella stagione di gloria del grande spettacolo d’autore – quella di far interpretare Tiresia ad un maudit come Pierre Clémenti appare forse la più intrigante: Cavani rende l’indovino un rivoluzionario messianico che esercita la disobbedienza civile e resiste alla follia del potere, trovando nella terra il luogo per recuperare un’armonia ancestrale con la natura.

I CANNIBALI (Italia, 1970) di Liliana Cavani, con Tomas Milian, Pierre Clémenti, Britt Ekland, Delia Boccardo, Marino Masè, Carla Cassola, Graziano Giusti, Massimo Castri, Francesco Leonetti, Giampiero Frondini. Drammatico. ** ½

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