Recensione: Toy Story 4

TOY STORY 4 (U.S.A., 2019) di Josh Cooley. Animazione avventura. ****

Si corre sempre un grande rischio quando qualcuno decide di riaprire un capitolo concluso peraltro in gloria. Prendiamo Toy Story. Il terzo capitolo ci catapultava improvvisamente in un orizzonte nel quale quella che credevamo essere semplicemente una serie (una successione di eventi sempre nuovi che ricalcano lo schema narrativo del prototipo) si trasformava ai nostri occhi in saga (come la serie ma con al centro il decorso storico dei personaggi).

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Il finale di Toy Story 3 è una delle esperienze più emozionanti per chi è nato negli anni Novanta. Lo struggente commiato al mondo dei giocattoli da parte di Andy commuove soprattutto lo spettatore cresciuto con quel (non) protagonista occulto, il ragazzino nella cui stanza i pupazzi prendono vita. Una struttura a rime baciate tra finzione e realtà che si verifica anche in Harry Potter: l’epilogo della storia coincide con la fine dell’infanzia o dell’adolescenza, e per accedere al primo stadio della maturità bisogna lasciarsi alle spalle quei pezzi del passato.

Il trauma dell’abbandono torna ad essere il cuore di questo quarto capitolo, che per un bel po’ non si capisce se prenderla come un’appendice, un sequel, una variazione, un divertissement o non so cos’altro. L’incipit è emblematico, perfino tristanzuolo: i giocattoli sono nella camera di Bonnie, la bambina che nel finale del precedente film li riceveva dall’ormai adolescente Andy, ma Woody percepisce di non essere amato come l’amava Andy. Come si sente un giocattolo non amato? Cosa serve a Bonnie?

Un nuovo giocattolo. O meglio: un giocattolo costruito da lei. Come quell’orrendo impasto che le bambine d’oggi creano con schiuma da barba, acqua ossigenata e porporina. Nasce Forky, una forchetta di plastica che si sente spazzatura. A Woody, novello tutor, spetta il compito di educarla. Per una serie di eventi, finiscono in un lunapark dove, nei pressi del negozio di giocattoli d’antiquariato, Woody ritrova l’antica fiamma Bo Peep (il loro incontro fortuito sotto la giostra è davvero incantevole) e s’imbatte nella bambola Gabby Gabby.

La new wave femminista del cinema americano non risparmia Toy Story 4, donando alla storia una ventata di aria nuova che, tuttavia, non manca certo nei personaggi femminili della Pixar (le antitetiche protagoniste di Inside Out erano femminili). Per la sua rentrée, Bo Peep si presenta come una fiera esponente del girl power: autonoma, indipendente, coraggiosa, ingegnosa, atletica. Non ha bisogno di una padroncina, si prende cura delle sue pecorelle e ha trovato un’alleata in una specie di pupazzetto poliziotta. Una versione meno sexy delle bamboline di Benvenuti a Marwen?

New entry, Gabby Gabby fa parte di quella ricca gene di cattivi tragici che ha fatto la fortuna di casa Disney. Personaggio scritto splendidamente, capace di emanare odio dagli occhi da bambola assassina e un attimo dopo commuovere fino alle lacrime quando prende il tè dentro la vetrinetta, immaginando che la bambina possa portarla a casa con sé. Nessuno è davvero cattivo: il problema, ci risiamo, è l’abbandono, quel senso di non sentirsi amati in un mondo che non ha più interesse nei giocattoli del passato.

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Certo, l’impressione è che l’avventura sia un po’ pretestuosa, per quanto appassionante, un ultimo spettacolo per i fan più devoti, in cui i giocattoli della trilogia fungono da non protagonisti, spesso risolti in cameo o inseriti negli ingranaggi della narrazione quasi a fatica (è il caso di Buzz). E di Forky, diciamolo, seppur costretto ad uno stato primitivo dunque poco reattivo, ci interessa relativamente…

Però, ecco, la parte finale di Toy Story 4 accumula tutti i coriandoli e i frammenti sparsi lungo la storia in un vortice di emozioni incredibili che travolge senza lasciare scampo. Un film sulla crisi d’identità, sul bisogno di sentirsi amati, sulla paura del cambiamento, sulla ricerca di un posto nel mondo. Un abbraccio fraterno che apre nuovi orizzonti, lacrime che sgorgano in gloria della poetica della post-nostalgia, un colpo di coda, un’avventura che vale la pena di vivere.

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