Le coppie | Mario Monicelli, Alberto Sordi, Vittorio De Sica (1970)

Progetto Sordi

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Tocca subito liquidare il primo dei tre sketch che compongono Le coppie, tra gli ultimi esemplari della moda del film ad episodi che solo per ostinazione si pensò di prolungare al decennio dei Settanta. Si intitola Il frigorifero, è diretto da un fiacchissimo Mario Monicelli in uno dei periodi meno brillanti della sua carriera e racconta l’ossessione per il consumismo di una coppia di proletari sardi.

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Accanto ad una Monica Vitti francamente discutibile – che al regista doveva l’exploit comico de La ragazza della pistola – c’è Enzo Jannacci, unico motivo d’interesse lunare in una storiella senza importanza. E tocca liquidare senza appello anche il terzo del mazzo, Il leone di Vittorio De Sica, sciocchezza di Cesare Zavattini in cui l’animale, fermo di fronte alla porta dell’alcova di due amanti (ancora la Vitti e Alberto Sordi) simboleggia la tirannia del mondo contemporaneo. Già.

Dovrebbe essere la comica finale, in cui le due star del primo e del secondo episodio s’incontrano dopo il successo di Amore mio aiutami. Sordi, infatti, è attore e regista dello sketch di mezzo, La camera, scritto dal fido Rodolfo Sonego. Senza tema di smentita, mi sento di dire che si tratta forse della miglior regia di questo divo che non riuscì mai a farsi davvero regista. Un film secco, lucido, trasparente, cinico, in bilico tra populismo e sovversione come il miglior Sordi.

Annunciato da un incipit documentaristico di notevole importanza perché capace di catturare la dimensione vacanziera degli italiani a cavallo tra le illusioni del boom economico e il presagio degli anni più cupi, La camera è un apologo strutturato come una macchina ad orologeria. Non ancora spinta verso la favola allegorica de Lo scopone scientifico, è comunque un bell’assaggio della riflessione sul classismo di Sonego, in cui Sordi è corpo indispensabile.

Giacinto fa di cognome Colonna ma non appartiene alla nobile casata: è operaio in fonderia e, per festeggiare il decimo anniversario di matrimonio, decide di portare la moglie Erminia in vacanza, in un posto in Sardegna che ha adocchiato su una rivista patinata sfogliata dal barbiere. Malgrado gli avvertimenti di un professore sardo incontrato sul battello e scambiato per un arabo, la coppia arriva in Costa Smeralda, con tutti i soldi necessari per la vacanza ma senza i titoli per poter accedere a quel mondo esclusivo.

Prima vengono messi alla porte dall’hotel prenotato grazie all’inconsapevole (per loro) equivoco del cognome, poi cercano invano altre sistemazioni, infine riescono ad ottenere la camera agognata in principio salvo doverla lasciare per accontentare il capriccio di una ricca bambina. La storia, semplice nella sua lineare follia, è uno dei prodotti più imprevedibili della stagione contestataria, ferocemente antiborghese pur nella forma di un cinema accessibile e pop.

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I bozzetti matrimoniali dei due burini ingordi e ignoranti ma buoni e remissivi erano forse ciò che meglio sapeva offrire il regista Sordi, memore di una linea che l’associava a quelli di Aldo Fabrizi e Ave Ninchi e – perché no – in continuità con certi caratteri molto popolari e vivaci dei suoi anni Cinquanta. Ripeté la formula con Il comune senso del pudore, facendo incontrare i due con la moda dell’erotismo, e l’irresistibile Le vacanze intelligente, dove Anna Longhi sostituisce la titolare Rossana Di Lorenzo.

La camera contiene anche battute parecchio scorrette, che rivelano il grado di cultura dei personaggi (di fronte a due che si baciano nudi, lei: «due uomini?» e lui: «no, due frosci»; Sordi che commenta le forme della moglie dicendo «me sembri ‘na bomba!»), e una presa in giro dei cliché della borghesia radical chic che è un cavallo di battaglia del sordismo, dalla cucina sperimentale in opposizione alle fettuccine alle canzoni romane insegnate ai turisti affascinati dal folklore.

LE COPPIE (Italia, 1970) di Mario Monicelli, Alberto Sordi, Vittorio De Sica, con Monica Vitti, Enzo Jannacci, Alberto Sordi, Rossana Di Lorenzo. Commedia. **

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