Alla riscoperta di Lina Wertmüller | Tutto a posto e niente in ordine (1974)

Incastonato nel poker di successi internazionali per cui è tuttora famosa la sua regista, Tutto a posto e niente in ordine sembra un po’ schiacciato nella rutilante filmografia di Lina Wertmüller in quel decennio di gloria. In realtà si tratta forse del suo film più schietto, che per quanto risponda al calcolo sgamato cerca di esplorare strade adatte allo sguardo dell’autrice e al contempo in linea con un certo sentire del cinema italiano di quegli anni.

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Sono gli anni della (ri)scoperta degli operai come corpi centrali dello spettacolo d’autore. Se la stessa Lina in Mimì metallurgico aveva contaminato la commedia con l’italiana con l’impegno di La classe operaia va in Paradiso di Elio Petri, Ettore Scola cercava scampoli di neorealismo sull’ideale asse Trevico-Torino. Intanto, Florinda Bolkan in Una breve vacanza di Vittorio De Sica usciva dalla fabbrica per andare in sanatorio, il Luigi Comencini di Delitto d’amore preparava in chiava tragica l’apoteosi monicelliana del Romanzo popolare.

Col suo titolo diventato proverbiale, Tutto a posto e niente in ordine va letto all’interno di questo gruppone, solo per certi versi sull’onda di Mimì perché l’ambizione di Lina è più corale, stratificata, rapsodica. E, grazie alla colonna sonora del grande Piero Piccioni un cui brano è entrato anche nello score di Il grande Lebowski, costruisce al solito un musical ipotetico, modulando sul ritmo della musica una specie di ronde proletaria, un balletto urbano in una Milano grigia e verticale, piena di immigrati meridionali, fotografata con densa foschia da Giuseppe Rotunno.

La verticalità della città la esprime anche il luogo in cui stanzia la maggior parte dei personaggi, una casa a ringhiera tipicamente della periferia milanese che fa gola agli speculatori edilizi. Tra progetti destinati al fallimento e (obbligate) scelte di vita e malavita, gravidanze a rotta di collo e prostituzione di nascosto, Lina mette un sacco di carne al fuoco, sente la cupezza degli anni di piombo con quell’attentato che fa da cesura emotiva ma preferisce osservare ancora attraverso una prospettiva sessantottina, sottolineata dal serrato montaggio di Franco Fraticelli.

Film d’attori, ovviamente verrebbe da dire: i primi piani cari alla regista esaltano la ricercata autenticità di facce sporche che crediamo appartengano davvero a lavoratori, ad una classe operaia affaticata ma tutto sommato vitale. Forse il più giovane dei film di Lina, con uno stuolo di caratteristi promossi a prim’attori proprio per sottolineare quella coralità in cui nessuno prevarica per statuto divistico.

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Se è inevitabile il casting di Luigi Diberti, che arriva da La classe operaia e Mimì, Eros Pagni si conferma volto tra i più wertmulleriani possibili per grinta grottesca dopo Film d’amore e d’anarchia, dove emergevano anche Lina Polito, Giuliana Calandra e Isa Danieli, protagoniste femminili di indubbia efficacia. E poi Claudio Volontè, Nino Bignamini, fino a colui che all’epoca era il più esperto, quell’Aldo Puglisi esploso con Pietro Germi, riferimento fondamentale per l’autrice.

TUTTO A POSTO E NIENTE IN ORDINE (Italia, 1974) di Lina Wertmüller, con Luigi Diberti, Eros Pagni, Giuliana Calandra, Lina Polito, Nino Bignamini, Claudio Volontè, Aldo Puglisi, Sara Rapisarda, Isa Danieli. Grottesco. ** ½

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