Recensione: La notte è piccola per noi

LA NOTTE È PICCOLA PER NOI (Italia, 2018) di Gianfrancesco Lazotti, con Tommaso Lazotti, Michela Andreozzi, Cristiana Capotondi, Andrea Sartoretti, Thony, Teresa Mannino, Francesca Reggiani, Philuppe Leroy, Alessandra Panaro, Giselda Volodi, Francesca Antonelli, Ruben Rigillo, Barbara Livi, Francesco Pizzuti, Riccardo De Filippis, Francesco Sisti, Rino Rodio, Elena Tchepeleva, Lucrezia Paulis, Gegia. Commedia. ***

Negli ultimi anni molti registi italiani hanno dedicato i loro ultimi lavori a Ettore Scola, scomparso ormai tre anni fa. Ultimo maestro della commedia all’italiana a lasciarci, assieme allo storico sodale Furio Scarpelli ha influenzato se non benedetto le carriere di alcuni tra i più brillanti autori contemporanei, dall’erede Paolo Virzì passando per Francesco Bruni e Francesca Archibugi fino a Pif.

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Anche La notte è piccola per noi è dedicato al cineasta di Trevico, ma qui il legame è ancora più intimo. Anzi, una vera e propria questione di famiglia: l’autore Gianfrancesco Lazotti, infatti, è il genero di Scola, avendone sposato la figlia Paola, qui impegnata anche aiuto regia. Sono i genitori di Tommaso, che il nonno aveva scelto per rappresentare Fellini nel suo congedo, Che strano chiamarsi Federico!, e che qui interpreta un timido ragazzo in attesa di conoscere la donna con cui si è dato un appuntamento al buio per chat.

Per certi versi il film somiglia a proprio a Ballando ballando di Scola, l’epopea senza dialoghi lunga venticinque anni di storia francese tutta dentro una sala da ballo. In questo caso l’azione è chiusa in una balera romana, lontana dal centro cittadino, l’unità di tempo ha la durata di una serata danzante fino alla chiusura del locale. Mentre la band (Thony con gli Stag) suona alcune famosissime canzoni del repertorio italiano, da Bandiera gialla a Gente come noi fino a Tanz Bambolina e 24.000 baci, sfilano avventori abituali o occasionali, sotto gli occhi di una giovane quanto saggia cameriera dai modi spicci (Cristiana Capotondi).

Ecco una coppia che festeggia l’anniversario con i figlioletti, quattro professoresse che brindano alla promozione a preside di una di loro, un carabiniere che non riesce a provarci con la più bella della pista, una signora in attesa dell’amore perduto, due eleganti anziani gelosi. Sono solo alcune maschere di una galleria affollatissima, pezzi di un microcosmo fuori dal tempo, una parata di volti, caratteri, bozzetti che racconta un cinema non c’è più da decenni, davvero debitore all’immaginario di Scola e Scarpelli nel catalogo ai limiti del fumetto (d’altronde i due iniziarono disegnando per il Marc’Aurelio e mai smisero di ragionare per immagini caricaturali).

Che grandi facce quelle di Giselda Volodi, Teresa Mannino, Michela Andreozzi, Tommaso Lazotti, Rino Rodio, per tacere degli anonimi ballerini, fino agli incantevoli Philippe Leroy e Alessandra Panaro, già povera ma bella che torna al cinema dopo quarant’anni di assenza (ultima apparizione: è morta pochi mesi fa). Tutti vestiti da Massimo Cantini Parrini, che spinge verso il versante buffo.

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La musica incede incessante, chiamata a puntellare, sottolineare, accompagnare i piccoli frammenti esistenziale di un gruppo disomogeneo che balla per alienarsi da una vita forse un po’ troppo banale (un tecnico caldaista, una professoressa sempliciotta, una mamma in cerca d’avventure) o per esorcizzare qualcosa di doloroso o represso (un ladro incapace di cambiare mentalità, gli anziani che disprezzano la vecchiaia e cercano di sfuggire a forza di nostalgiche schermaglie, almeno tre o quattro feriti a morte dall’amore).

Ballando ballando inevitabilmente sul ciglio della malinconia, avanzi di balera al calare della notte quando i pensieri si fanno meno concilianti e il coraggio si mischia a qualche bicchiere di troppo. Non tutto torna, al netto della fluidità data dal montaggio di Pier Damiano Benghi, non tutti i personaggi sembrano emanciparsi dall’impressione di un mancato reale approfondimento, qualcosa pare mancare nel complesso. Eppure, accumulando situazioni dentro una situazione claustrofobica, è una commedia (all’)italiana che non solo ha la consapevolezza delle sue radici ma costeggia il lato spettrale dell’umorismo accogliendo un inquieto senso della fine.

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