Colpo di fulmine | Marco Risi (1985)

Storia circolare. Tutto, infine, torna. Il pezzo mancante torna al suo posto. È una delle quattro tavole, la terza, di una riproduzione domestica di Ritratto di un artista di David Hockney. Dovrebbe esserci chiaro sin dall’inizio: quel vuoto ha bisogno di essere riempito, ogni cosa deve tornare al posto d’origine. Ma, per il momento, l’amore pare essere finito, la convivenza pure, e l’opera resta, così, tristemente incompleta. E incompleto è anche – soprattutto – Carlo, il protagonista.

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O perlomeno così viene descritto. Fa un tipico lavoro da anni Ottanta, non si capisce bene quale ma ha a che fare con la finanza, è complessato, immaturo, viziato, importuna i vicini di notte per dubbi sciocchi. Silvia lo lascia e non potrebbe fare altrimenti. Jerry Calà è la maschera perfetta per questo personaggio. Appena due anni prima, già trentaduenne, continuava a recitare la parte dell’adolescente in Sapore di mare. In Vacanze di Natale è un latin lover un po’ pacioccone, costruisce la propria mitologia svelando piano piano l’irrimediabile solitudine di quel decennio.

Con Marco Risi, Calà mette a segno una terna di film che mette in luce il profilo imprevedibile del suo personaggio costretto dentro la gabbia di un’adolescenza infinita. Dopo l’ormai classico Un ragazzo e una ragazza, forse la storia d’amore più bella della commedia italiana di allora, in Colpo di fulmine assistiamo a uno scatto ancora più decisivo, assolutamente perturbante e non a caso passaggio cruciale nella carriera di Risi – proiettato verso il neo-neorealismo di Mery per sempre attraverso il transitorio e determinante Soldati 365 all’alba – ma anche di Calà – che, un anno dopo, infatti, sarà sì Il ragazzo del Pony Express ma slitterà anche verso le responsabilità pur comode di Yuppies.

La regia di Risi è qui particolarmente interessante. Seguendo l’antica regola monicelliana secondo cui il segreto della commedia all’italiana sta nel girare una commedia come se fosse un dramma, trova in questo caso umori davvero angosciosi: bastino, a livello esemplare, i malinconici titoli di testa, certi primi piani sul volto spaesato di Calà (ah, quanto Tognazzi inespresso…), i campi e controcampi con l’ignaro Ricky Tognazzi (appunto…) e, per telefono, con l’amata perduta Elisabetta Giovannini…

Ma, soprattutto, con quanta grazia inquietante Risi mette in scena la sceneggiatura scritta con il navigatissimo Massimo Franciosa, fondata su un tema oggi del tutto inaccessibile per i pruriti neoperbenisti del nostro cinema. Insomma, Carlo finisce a Venezia – e solo il dio del cinema sa di cosa si può essere capaci in laguna – sollecitato da un amico. E quando vede la sua figlioletta undicenne sente qualcosa. Cosa? È tutto piuttosto vergognoso, ma stiamo parlando d’amore.

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Certo, Risi mette subito le mani avanti. Carlo è sostanzialmente un bambino. Ha quasi trent’anni ma si comporta come un undicenne… l’età della piccola Giulia. Messa così, l’amore che divampa tra i due sembra coerente. Tutto resta sul piano platonico, nonostante la dichiarazione in gondola e gli schiaffi di papà Tognazzi, ma, insomma, il perturbante c’è, eccome se c’è. E per quanto garbo possa esserci, esplode l’assurdo già serpeggiante nella parentesi onirica in cui i due sembrano non avere la reale differenza d’età, in un gioco tra infantilizzazione di lui e adultizzazione di lei davvero spericolato.

Il pezzo mancante tornerà al suo posto, il primo piano della Giovannini che riceve la chiamata decisiva di Calà è l’annuncio dell’ordine sentimentale ricostituito. Ma l’abbandono con la piccola Vanessa Gravina, rapido e crudele come tutte le azioni dei bambini, è struggente per la capacità di seminare il germe di un dolore impossibile nell’animo confuso di un bambinone chiamato a comportarsi secondo la maturità imposta dall’anagrafe.

COLPO DI FULMINE (Italia, 1985) di Marco Risi, con Jerry Calà, Vanessa Gravina, Ricky Tognazzi, Elisabetta Giovannini, Valeria D’Obici. Commedia sentimentale. ***

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