Ladro lui, ladra lei | Luigi Zampa (1958)

Progetto Sordi

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Quando esce Ladro lui, ladra lei, nel marzo del 1958, Alberto Sordi è il re del botteghino italiano. Non si tratta, questa, della sua miglior performance: nello stesso anno incassano di più il più bizzarro e cartolinesco Venezia, la luna e tu e il corale Racconti d’estate, entrambi a colori. E, in fondo, il film di Luigi Zampa è a suo modo di transizione, tra gli ultimi bagliori del bozzetto popolare nella fase in cui si afferma la commedia di costume del miracolo economico.

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Tutto il piacevole anacronismo del film ci sembra oggi ancor più rilevante considerato che, sette mesi dopo, uscì I soliti ignoti. Troppo divo per restare coinvolto in quella produzione dal suo grande amico Mario Monicelli, Sordi mancò l’appuntamento con il capolavoro che determina il passaggio ad una commedia più matura e consapevole. Poco male, dato che divenne comunque il corpo più fondamentale di quella stagione passata alla storia come “commedia all’italiana”.

È interessante leggere in parallelo i due film che hanno più di un elemento in comune: personaggi proletari, in questo caso borgatari, che cercano di mettere il pranzo con la cena facendo piccole ma regolari azioni criminali; il racconto di una Roma sospesa tra una classe sociale arricchita in ascesa e un’altra dentro un’atavica arretratezza urbanistica e culturale (la gente affacciata al passaggio del treno per salutare la borgatara); lo spirito agrodolce di una commedia che convive con le ferite di guerra, guarda avanti con disinvoltura e si diverte a mettere di fronte agli adorabili cialtroni gli esiti fallimentari di ambizioni fuori portata.

Ora, I soliti ignoti parte da questo background ma vola altrove, diventa qualcosa di più complesso, stratificato, universale. Ladro lui, ladra lei resta nell’alveo del neorealismo rosa, un tardo e scanzonato esempio di commedia popolare e popolaresca alla fine del dopoguerra che incrocia gli spazi e gli umori di Poveri ma belli – complice il capitale umano e fisico del simpatico divismo di Sylva Koscina – con i bonari balletti di piccoli malviventi tra Peccato che sia una canaglia e Racconti romani.

La storia è quella di Cencio, ultimo discendente di una famiglia da sempre impegnata nel business dei furti, che entra ed esce da Regina Coeli. Ama Cesira, che viene dal suo stesso humus e l’asseconda pur senza troppa convinzione. In realtà il film mette insieme una serie di sketch (tra i divertenti travestimenti, da prete e da carabiniere) per definire i caratteri dei due personaggi ed arrivare, infine, alla conclusione che, forse, a volte l’amore non basta se le mele non cadono lontano dall’albero.

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Pur oggi ancora molto apprezzato dal pubblico, non è tra i pezzi migliori di Zampa, un regista supremo che assieme a Sordi ha dato una svolta al genere appena due anni dopo con Il vigile – d’altronde Sordi era sì divo ma capace di rara armonia con un pugno di registi che lo conoscevano bene e lo dirigevano meglio: con Monicelli, Ettore Scola e lo stesso Zampa era infallibile. In ogni caso, è difficile non riscontrare in questo prodotto medio (ad avercene, di medi così) l’impeccabile professionalità con la quale inventa una messinscena agile e mai sciatta.

Ma forse uno degli aspetti più ineludibili è l’attenzione ai caratteristi che invadono Ladro lui, ladra lei con gustosa esattezza: le facce meravigliose di Anita Durante (la madre di Sordi), Gina Mascetti (la moglie del commendatore), Nando Bruno (il brigadiere) e Carlo Delle Piane (un carcerato), le fisicità borghesotte dei cumenda Mario Carotenuto e Mario Riva e su tutti la grande Marisa Merlini, affettata signora della moda che si scopre irresistibile e verace plebea.

LADRO LUI, LADRA LEI (Italia, 1958) di Luigi Zampa, con Alberto Sordi, Sylva Koscina, Mario Carotenuto, Ettore Manni, Marisa Merlini, Mario Riva, Anita Durante, Vinicio Sofia, Carlo Delle Piane, Alberto Bonucci, Guglielmo Inglese, Gina Mascetti, Nando Bruno. Commedia. ***

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