Recensione: Serenity – L’isola dell’inganno

SERENITY – L’ISOLA DELL’INGANNO (SERENITY, U.S.A., 2018) di Steven Knight, con Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Jason Clarke, Diane Lane, Djimon Hounson, Jeremy Strong. Noir fantascienza. ***

Incredibilmente l’uscita estiva – stagione, quest’ultima, che nelle intenzioni di distributori e esercenti avrebbe dovuto rivoluzionarie le abitudini degli spettatori con film di richiamo: tutto sommato, se non un fallimento, un tentativo perlomeno velleitario – permette a Serenity – L’isola dell’inganno di ricevere un’attenzione e un incasso (un ragguardevole milione: per quanto miserrimo, di questi tempi è grasso che cola) che periodi dell’anno più congestionati non gli avrebbero garantito.

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Fondato sui temi dell’ambiguità e delle ossessioni (i pesci, le donne, il mare, la guerra), Serenity è un’operazione indicativa per ragionare sul cinema americano contemporaneo. Massacrato dalla critica, respinto dal pubblico, ridotto a fondo di magazzino da sfruttare per il deprimente mercato estivo, è in realtà un film piuttosto interessante per la sua capacità di ammiccare al citazionismo e alle regole della nuova serialità, mischiare riferimenti alla golden age e alla moda del “film-game”, appaiare paesaggio esotico e visione digitale, ricodificare in maniera spericolata e spesso spregiudicata un genere contaminandolo con altri.

Enunciarne la trama ha una sua funzione relativa, perché messa in certi termini appare un calderone di stereotipi e luoghi comuni del noir – compreso quello mediato nel suo ripensamento neoclassico degli anni Ottanta, zona Brivido caldo insomma – esemplificati dal biondo fatale della (già) bollita Anne Hathaway, dai costumi del villain Jason Clarke, dai ruoli standard della donna-amante e del collaboratore-aiutante, dal clima umido che trasuda erotismo patinato mai davvero sensuale malgrado i corpi nudi, dal plot che intreccia tradimento e vendetta, soldi e sesso, passato che non passa e futuro impossibile.

Steven Knight alza la posta con un senso del pericolo che probabilmente non sa gestire, distaccandosi sia dal ricalco supremo del classico (il glorioso Allied, da lui sceneggiato) e dall’esplorazione sperimentale (Locke, tutto in un auto) alla ricerca tanto di un legame con la tradizione quanto della possibilità di dire qualcosa di nuovo. Il “flirting with disaster” è plateale sin dall’incipit in cui assurdamente accediamo nel luogo della vicenda attraverso un occhio, rivelando da subito la natura teorica del film stesso.

In nome della stilizzazione di un immaginario ormai così destrutturato da aver perso ogni credibilità, Knight gioca con le attese degli spettatori meno adusi ai trip, a costo di spiazzarli tra gli snodi di un racconto assolutamente squilibrato nel dosare gli ingredienti, eppure sorprendente non tanto per ciò che dice ma per come lo dice. Come in Il tesoro dell’Africa, c’è una tale conoscenza degli oggetti da concedersi il lusso di mischiare le carte per sparigliare e far saltare in banco.

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Chiaro che con un minimo di attenzione il gioco rivela in poco la sua costruzione in realtà piuttosto fragile e fin troppo furba nell’accumulare per confondere e ingarbugliare la matassa. Tuttavia, senza rinunciare all’ironia (come prendere altrimenti lo spudorato overacting di Matthew McConaughey, attore dalle mille vite, non tutte da top player), Serenity ha un suo fascino malato da film sbagliato (fino a un certo punto…) a cui è difficile resistere: un inganno talmente grottesco da risultare perfino avvincente…

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