Recensione: Midsommar – Il villaggio dei dannati

MIDSOMMAR – IL VILLAGGIO DEI DANNATI (U.S.A., 2019) di Ari Aster, con Florence Pough, Jack Reynor, William Jackson Harper, Vilhelm Blomgren, Will Poulter, Archie Madekwe, Ellora Torchia, Hampus Halberg. Horror. *** ½

Come Jordan Peele, Ari Aster è uno dei campioni dell’horror contemporaneo, esploso, al pari del collega afroamericano, con un film capace di dire qualcosa di nuovo sia sul genere che sulla nazione. Come Get Out partiva dalla commedia per andare in un altrove più spaventoso perché a noi prossimo, anche Hereditary individuava nella famiglia (il titolo è indicativo) il luogo decisivo per indagare il perturbante di un paese a prescindere dal provvisorio del suo politico per scandagliarne i non-detti, le rimozioni, le ossessioni, il satanismo.

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E, come Noi, il secondo film di Peele che sin dal titolo originale Us convocava direttamente gli United States, anche Midsommar, ritorno di Aster, lascia che la sua consapevolezza allegorica si manifesti in modo così aperto, esplicito, inequivocabile da risultare forse un po’ troppo programmatico nel dosare l’intrattenimento e la metafora, la paura della pancia e la teoria dell’assunto, lo spettacolo e il discorso politico.

Tuttavia, a differenza di Noi, Midsommar riesce bene a svincolarsi dal pericolo del “tema”, adottando una serie di elementi che lo rendono oggetto atipico e infiammabile per singolarità e furore creativo. Dopo un incipit “privato” in cui affiorano il senso di colpa e la paranoia che albergano in tutte le famiglie infelici a loro modo, Aster chiama in causa un immaginario esteticamente avulso dalla società americana proprio per riflettere su di essa con maggiore libertà.

Per distrarre un po’ la fidanzata travolta da un lutto, il ragazzo la porta in un villaggio svedese, accompagnati da un amico studente di antropologia che intende studiare i riti di una comunità che celebra il solstizio d’estate. In apparenza: un’esperienza per evadere dalla società, uno svago esotico. In realtà: una follia legata al paganesimo ancestrale in una zona franca lontana dalla pazza folla. In profondità: la ricognizione di un dolore dentro una struttura a scatole cinesi.

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Ci sono molti modi, infatti, per interpretare il film di Aster, dalla parabola contro il patriarcato al recupero inquietante del culto religioso. Da queste parti si preferisce battere la strada del gioco perverso, dove il surreale si incrocia con l’ansia e la parodia è uno strumento per meglio significare il terrore di non poter fuggire dal destino che ognuno si fabbrica da sé. Uno spiazzante incubo psichedelico violentemente illuminato da un sole sempre fulgido che si esalta nel bianco dei membri della comunità e nei fiori che adornano i corpi (la fotografia da cartolina inquietante è di Pawel Pogorzelski).

Cosciente della preziosa possibilità di alzare il tiro, Aster dà una notevole prova di regia ai limiti del formalismo e gioca con le attese di un pubblico a cui chiede di seguirlo in un percorso senza via d’uscita, portandolo nei confini di un universo la cui bizzarria è pari soltanto all’angoscia che sa trasmettere. Sfoltito in sede di montaggio da tre ore a due e venti circa, Midsommar si avvale della prova straordinaria di Florence Pough, che già in Lady Macbeth aveva incarnato clamorosamente la quintessenza della perversione più gotica e inquietante.

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