Venezia 76 | Recensione: 5 è il numero perfetto

5 È IL NUMERO PERFETTO (Italia-Belgio-Francia, 2019) di Igort, con Toni Servillo, Valeria Golino, Carlo Buccirosso, Nello Mascia, Gigio Morra, Vincenzo Nemolato, Mimmo Borrelli, Angelo Curti, Iaia Forte. Noir. ** ½

Era uno di quei progetti attesi da anni, 5 è il numero perfetto, trasposizione cinematografica dell’ormai mitico graphic novel pubblicato da Igort nel 2002. E proprio allo stesso autore, dopo dubbi e perplessità, è stata affidata la regia del film. È il suo debutto: certo, misurarsi subito con un testo personale è un gran bel rischio, perché il coinvolgimento è naturale e la spesso benefica distanza tra chi ha immaginato la storia e chi la ripensa sullo schermo viene qui meno per evidenti motivi.

In questo senso, tuttavia, ne è venuta fuori un’opera d’autore totale. Un’appendice al fumetto, un’espansione che ne aumenta le possibili dimensioni, la versione live dei disegni. Sin dai titoli di testa e dai quadri che aprono i cinque capitoli (e prima ancora dal bel manifesto), l’anima grafica di Igort esplode in tutta la sua creatività artigianale – peraltro esaltata dai mezzi messi a disposizione dalla ricca coproduzione – tra allegorie e simbolismi che guardano al cinema di genere degli anni Settanta, esplicitamente citato (Cinque dita di violenza visto in una sala vuota).

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Siamo nella Napoli del 1972 e un finto mago uccide il figlio di un gregario di un clan camorristico. Un uomo consumato dalla vita, con un ingombrante naso a gobba e addosso il cappotto giallo di Dick Tracy: ha il volto di Toni Servillo, lasciato a briglia sciolta, corpo imprevisto del pulp noir chiamato a centellinare frasi a effetto con il tono importante della sua voce stratificata. È lui il protagonista di questo revenge movie partenopeo che ripensa il folklore – pur in un modo meno pop di Ammore e malavita – e al crocevia dell’epoca cupa di Gomorra, secondo i cromatismi cupi di Nicolaj Brüel.

Esito di questa operazione audace e sghemba è un ufo, un oggetto bizzarro che introduce colori e suggestioni esteticamente clamorose nel contesto umido e decadente di una Napoli sospesa tra antica guapperia e incipiente criminalità rinnovata. Igort osa abbastanza, tra intuizioni visive ed effetti rutilanti affastellati dentro una struttura a capitoli intrigante ma non proprio fondamentale per l’economia narrativa e forse troppo debitrice alla letteratura. Tutto interessante e non privo di un suo fascino, finisce per essere soppiantato dalla sua natura “curiosa” e si perde nel ritmo dilatato che ha i difetti degli esordi non mediati da figure “esterne”.

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