Venezia 76 | Recensione: Storia di un matrimonio (Marriage Story)

STORIA DI UN MATRIMONIO (MARRIAGE STORY, U.S.A., 2019) di Noah Baumbach, con Scarlett Johansson, Adam Driver, Laura Dern, Alan Alda, Ray Liotta, Merritt Wever, Julie Hagerty, Wallace Shawn. Commedia drammatica. *****

Con Storia di un matrimonio, il cinema di Noah Baumbach, dopo tre tappe fondamentali per arrivare a questo punto (il dittico con Greta Gerwig, Giovani si diventa e The Meyerowitz Stories), raggiunge la piena maturazione. Non più le stories della bizzarra famiglia ebrea ma la story di due personaggi. Una riduzione dal plurale al singolare che nasconde una verità ancor più dolorosa: due singoli che stanno uscendo dall’essere quella “unità plurale” che è determinata dal matrimonio, dall’unione, dall’amore.

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Lui è un regista teatrale che ha un certo riscontro nei circuiti off. Lei, abbandonata Hollywood in cui aveva sfondato come protagonista di un film adolescenziale, è diventata la sua musa. Abitano a New York, hanno un figlio, che ha qualche problema con la lettura, forse un deficit. Tutto sembra bellissimo. Eppure qualcosa si rompe: mentre lui sta per entrare nel giro grosso della regia, lei accetta di recitare in una serie a Los Angeles, sua città natale. La goccia fa traboccare il vaso.

Storia di un matrimonio ha un inizio folgorante. Lei elenca tutte le cose che ama di lui e viceversa. Un doppio catalogo di virtù e difetti che rappresenta la quintessenza dell’amore. Stacco: troviamo i nostri protagonisti nello studio dell’analista. Lei non vuole leggere ad alta voce il testo dedicato a lui. Sì, quell’incipit è una bugia: si stanno lasciando, non sanno più comunicare, hanno bisogno di un intermediario che, in questa fase, è assolutamente inutile. È l’inizio del dramma, la rottura, la disfunzione.

All’apice della consapevole padronanza dei suoi mezzi, Baumbach non si cela dietro le menzogne o le reticenze. Il suo film è quel che appare: Scene da un matrimonio secondo il mumblecore. Una commedia drammatica post-alleniana dentro l’orizzonte newyorkese (Los Angeles è una cartolina che non gli appartiene). E la suggestione si accende ancor di più alla luce del legame che intercorre tra Woody Allen e Ingmar Bergman. Si ride, si piange, ci si vomita addosso tutto il dolore. La malinconia devasta i cuori, la commozione è in agguato appena dopo un sorriso.

Una sceneggiatura di ferro: e ci mancherebbe altro per uno che è prima di tutto uno scrittore, in secondo luogo un regista. E qui, però, rifulge proprio il regista, con la sapienza di una messinscena controllatissima, dedita non tanto all’allestimento delle parole (il teatro non è un pigro specchio dell’autofiction ma una chiave d’interpretazione del ménage) quanto all’iniezione di verità, sofferenza, autenticità data a quelle stesse parole. Una pugnalata nel cuore, che la colonna sonora di Randy Newman rende irrimediabilmente commovente.

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Tutti gli attori in clamoroso stato di grazia, probabili frontrunner per gli Oscar. Momenti straordinari: il primo monologo di Scarlett Johansson dall’avvocato-squalo Laura Dern; la tirata di Dern sulle differenze tra padri e madri con l’accusa alla Vergine Maria; le apparizioni dell’avvocato economico Alan Alda e di quello più caro Ray Liotta; la litigata furibonda tra Johansson e Adam Driver; il cancello che si chiude tra i due; Driver che canta sbronzetto al pub; il finale struggente prima a letto e poi per strada; le scarpe slacciate. Un capolavoro.

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