Venezia 76 | Recensione: Joker

JOKER (U.S.A., 2019) di Todd Phillips, con Joaquin Phoenix, Robert De Niro, Zazie Beetz, Frances Conroy, Brett Cullen, Douglas Hodge. Poliziesco drammatico. *** ½

In apertura, il logo vintage della Warner. È già una dichiarazione d’intenti. Una calata nel crinale tra anni Settanta e Ottanta. Più i primi dei secondi. La cinefilia come chiave di accesso: schemi, moduli, estetiche arrivano da lì. Da quell’orizzonte pessimistico e dalla deriva nichilista postbellica nel senso vietnamita, dalla caduta degli dei dell’immacolato showbiz e dal desiderio di una popolarità che mascheri il disperato bisogno d’amore: è la New Hollywood.

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C’è perfino Robert De Niro. E c’è Martin Scorsese. Il primo come attore iconico, il secondo in quanto spirito. C’è Taxi Driver: la solitudine, l’emarginazione, la rabbia, gli specchi, le elezioni, New York. E c’è soprattutto Re per una notte. Il film maledetto dell’autore, a cui il tempo rende sempre più giustizia. De Niro è Jerry Lewis: il presentatore, la star, il sacerdote della società dello spettacolo che benedice il nuovo freak da illudere e sfruttare.

Si chiama Arthur Fleck. Magrissimo, sociopatico, devastato dalla vita, vive da solo con la madre. Vorrebbe diventare uno standup comedian: per il momento si traveste da clown per strada. Lo massacrano di botte senza motivo, accentuando il suo malessere. Appunta su un squadernino le battute del repertorio: mortifere. Attorno a lui, una società sull’orlo del baratro. In attesa di votare per il nuovo salvatore, che in realtà vuole salvare solo se stesso e lo status quo. Se non puoi essere la soluzione, sii il problema. Portalo all’eccesso, diventane l’immagine, il leader, il dio.

Più che un prequel come avrebbero desiderato i fan più pigri e adagiati sul ricordo di Heath Ledger, Joker è lo spiazzante studio psichiatrico che postula il futuro villain. Con il canone visivo e politico del cinema paranoico, parla della società contemporanea e delle sue patologie. Il ritratto di un malato, certo, che non scatena la guerra sociale ma la cavalca all’apice della violenza, diventando, nei panni di un personaggio generalmente associato alla festa e alla gioia, la più inquietante icona del male.

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Un pazzo che usa la pazzia – e da lei si lascia usare – per vendicarsi contro le élite, i soprusi, la democrazia. Un paladino degli ultimi, dei reietti, degli squilibrati. Quale miglior vendetta del caos? Non a caso dietro alla macchina da presa c’è un regista di commedie: è Todd Phillips, l’artefice delle notti da leone. È il suo sguardo senza remore, che non rifiuta la componente bizzarra e mitiga il seriosismo di troppa produzione DC, a fondere thriller metropolitano e musical lisergico, horror quotidiano e grottesco tragico. Danza e musica, psichiatria e sociologia, cronaca e mitologia. Tutto incarnato da quella mina vagante dal talento incendiario di Joaquin Phoenix, che forse vincerà l’Oscar ma si è già conquistato un posto nell’iconografia.

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