Venezia 76 | Recensione: Babyteeth

BABYTEETH (Australia, 2019) di Shannon Murphy, con Eliza Scanlen, Toby Wallace, Emily Barclay, Eugene Gilfedder, Ben Mendlsohn, Essie Davis. Commedia drammatico sentimentale. *** ½

Il “cancer movie” – e, per espansione, le storie incentrate su adolescenti malati – è tra i generi più forti del recente cinema americano, capace di intercettare il pubblico giovanile che è uno dei più disponibili a presidiare le sale quando il film dialoga con le emozioni e i turbamenti dei ragazzi. L’approdo festivaliero di Babyteeth dimostra anzitutto l’attenzione nei confronti di un filone popolare che spesso rischia di scadere nella melassa più prevedibile.

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Grazie al cielo, l’opera prima dell’australiana Shannon Murphy non cade nelle trappole del ricatto morale e si staglia quale tra le sorprese più liete di questa edizione. Colpita dalla malattia è una sedicenne borghese, che s’innamora a prima vista di un ventitreenne tossichello, un po’ teppista e solo al mondo perché respinto anche dalla madre, evidentemente straziata dai problemi generati da quel figlio troppo sbandato.

Devastati dalla situazione, i genitori della ragazza, peraltro in piena crisi (lui è psicanalista e si sforza di addomesticare le debolezze, lei ha un appuntamento settimanale sul suo lettino e s’imbottisce di medicine: grandi prove di Ben Mendelsohn ed Essie Davis), decidono, dopo varie perplessità, di accoglierlo in casa. Si costituisce, così, un nucleo familiare anomale, via via aperto ad altre anime solitarie, che mette alla prova la fiducia della ragazza nei confronti del suo ambiguo fidanzato.

Unendo l’estetica del tipico dramedy indie americano e i temi del “teen clinico”, Babyteeth dichiara sin dal titolo il passaggio esistenziale che sottende il racconto di formazione: sappiamo benissimo che il dente da latte che è ancora nella bocca della protagonista (l’eccellente Eliza Scanlen) resisterà finché deflagra la traiettoria drammatica della narrazione. È un simbolo esplicito, eppure, vuoi per il bisogno di credere nella speranza, permette di focalizzarci più sul mélo adolescenziale che sull’incidenza della malattia.

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Strutturando la storia per capitoli (alcuni fulminanti), Murphy manifesta una sensibile adesione al mondo degli adolescenti, calibrando sapientemente gli ammiccamenti allo spettatore (gli sguardi in macchina della protagonista) e il controllo di una messinscena dagli argomenti incandescenti. L’ottima tenuta di un racconto in cui ogni cosa accade come te l’aspetti e il tono buffo e delicato con cui si muovono personaggi consapevoli della loro difettosità (straordinari tutti gli attori, compreso il debuttante Toby Wallace), rende il film un’esperienza struggente e mai stucchevole, con un finale sulla spiaggia davvero dolente.

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