Venezia 76 | Recensione: Gloria Mundi

GLORIA MUNDI (Francia-Italia, 2019) di Robert Guédiguian, con Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan, Anaïs Demoustier, Robinson Stévenin, Lola Naymark, Grégoire Leprince-Ringuet. Drammatico. *** ½

Dopo il capolavoro-epitome La casa sul mare, l’irriducibile, prolifico, ostinato Robert Guédiguian torna ad arricchire l’enciclopedia sentimentale che sta producendo dal 1980, anno in cui lasciò la militanza attiva nel Partito comunista per declinare il suo impegno politico nel cinema. Benché Gloria Mundi non sia né il suo miglior film né l’ennesimo compendio di un’opera, è comunque un altro, necessario tassello di un lavoro che intende sempre intercettare le complessità del presente, attraverso il metodo di un cinema vicino tanto al calore della famiglia quanto al modello della cooperativa.

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Ancora una volta, Guédiguian misura il mondo secondo il metro della sua patria, Marsiglia. Non c’è nessun idillio: il filtro è negli occhi di Gérard Meylan, che uscito dal carcere torna in una città natale sporca, decadente, spersonalizzata, sempre più separata tra la verticalità di un progresso miope e l’orizzontalità di una periferia abbandonata non tanto dal potere quanto dall’amministrazione. Se già nel cupo e rapsodico La ville est tranquille era centrale il mutamento antropologico di una popolazione contaminata dal neofascismo, i germi del dubbio toccavano perfino gli umili e gentili proletari de Le nevi del Kilimangiaro, chiamati a confrontarsi con i contraccolpi più concreti che una crisi economica può provocare in un’operosa e solidale comunità.

In una stagione dominata da revanscismi e crisi ideologiche, Guédiguian mette in scena il privato per rinsaldare il suo sguardo militante e parlare di famiglia. Da quasi quarant’anni, il suo cinema si esalta grazie ai rapporti affettivi tra il regista e i suoi attori prediletti, che qui tornano puntualmente. C’è naturalmente la meravigliosa Ariana Ascaride, donna delle pulizie non sindacalizzata, neo nonna di Gloria, figlia della figlia che ha concepito con Meylan. E c’è Jean-Pierre Darroussin, il secondo marito con cui ha avuto un’altra figlia, che la convince a scrivere al vecchio compagno per fargli sapere del lieto evento.

È sempre bello lasciarsi abbracciare dal cinema umanista di Guédiguian, non solo uno dei più grandi autori europei (e meno premiati: sacrilegio) ma anche e soprattutto uno che continua ostinatamente a raccontare i lavoratori attraverso il loro quotidiano. Che oggi è sempre più quello dei poveri nascosti dalla narrazione di una nazione presa dall’ebbrezza del leaderismo, dalla rabbia dei dimenticati che si fanno la guerra tra loro, dalla fascinazione dell’egoismo (il personaggio più odioso cita, pur senza nominarlo esplicitamente, proprio il presidente Macron).

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Al di là dei contenuti, Guédiguian fa sempre lo stesso film: con lo stesso rispettoso amore verso i personaggi, con la stessa incredibile tenuta del racconto, con la stessa capacità di commuovere. Molti hanno storto il naso di fronte a una messinscena considerata posticcia e poco aggiornata e a passaggi raffazzonati: fingono di ignorare la grandezza popolare di un cineasta caparbio e integro, tra i pochi ancora sulle barricate.

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