Venezia 76 | Recensione: A herdade

A HERDADE (Portogallo-Francia, 2019) di Tiago Guedes, con Albano Jerónimo, Sandra Faleiro, Miguel Borges, João Vincente, João Pedro Mamede, Ana Vilela de Costa, Rodrigo Tomás, Beatriz Brás, Gabriel Timóteo. Drammatico. ** ½

A herdade sta per dominio, quello che la famiglia Fernandes detiene su un vastissimo terreno sulle rive del fiume Tago. Quasi tre ore di film articolati in tre parti. Il primo, brevissimo, è negli anni Quaranta, con il piccolo João messo dal nonno di fronte alla scena di un uomo impiccato al ramo di un albero. Il secondo, molto lungo, racconta l’egemonia del quarantenne João, padre padrone e proprietario terriero chiamato a confrontarsi con l’imminente Rivoluzione dei garofani. Il terzo, un po’ meno lungo del precedente, si svolge nel 1991, con la decadenza della fazenda.

Dominus è chiaramente il padre feroce e anaffettivo che ha rovinato la vita alla moglie, rampolla della borghesia connivente con il regime, e ai figli, legittimi e no. Saga familiare presentata dal direttore Alberto Barbera come una variazione portoghese di Novecento (in cui recitava il produttore di questo film, il mitico Paulo Branco), è in realtà molto più affine a certi melodrammi classici nel cuore dell’America più profondo: A casa dopo l’uragano e soprattutto Il gigante.

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A herdade guarda a quella tradizione, stagliandosi anche solo per i suoi dati come un film(one) d’altri tempi: per la lunga durata, la qualità di immagini che esaltano i grandi spazi, i cavalli come privilegiati mezzi di trasporto e le immense tenute, un repertorio di temi che tra segreti e bugie cercano di unire la storia pubblica e le vicende private. E c’è da dire che è difficile oggi individuare il respiro adatto agli intenti di Tiago Guedes, nell’epoca delle ampie narrazioni televisive capaci di intercettare la densità del romanzo storico e il ritmo incalzante del feuilleton.

Al di là del montaggio di Roberto Perpignani, nome di punta del giovane cinema italiano degli anni Sessanta e Settanta, che fa da spia a una certa idea di grande spettacolo d’autore un po’ antica, forse con ambizioni di classicità, oggi probabilmente poco seducente, il problema di A herdade è purtroppo nella sua costruzione. Se la prima parte combina bene la dimensione politica dei latifondisti contro i comunisti con gli eventi della famiglia, usando le due componente l’una come specchio dell’altra, la seconda si limita a definire per sommi capi il contesto nazionale preferendo il ripiegamento nel poco intrigante versante familiare nello stile di un serial alla Dallas.

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