Venezia 76 | Recensione: Tutto il mio folle amore

TUTTO IL MIO FOLLE AMORE (Italia, 2019) di Gabriele Salvatores, con Claudio Santamaria, Valeria Golino, Diego Abatantuono, Giulio Pranno, Daniel Vivian. Commedia drammatica. ***

Se ti abbraccio non aver paura, recita il titolo del libro all’origine di Tutto il mio folle amore, che invece mutua il suo da una canzone di Domenico Modugno, Che cosa sono le nuvole. D’altronde Willy (Claudio Santamaria molto in parte), cantante da balera, è soprannominato “il Modugno della Dalmazia”, in riferimento alla zona che batte con maggior successo. E l’abbraccio? È quello che gli chiede, a suo modo, il figlio ritrovato (il sorprendente Giulio Pranno), che in realtà gli abbracci non li dispensa con facilità.

Vincent si chiama così per via della canzone di Don McLean con cui Willy conquistò la mamma del ragazzo, salvo poi abbandonarla una volta scoperta la gravidanza. Per fortuna la donna ha conosciuto un altro uomo, che fa l’editore e non riesce ad appassionarsi ad alcun nuovo scrittore (Valeria Golino e l’ottimo Diego Abatantuono di nuovo insieme dopo Puerto Escondido). Vincent è autistico, anche se non viene mai detto in modo esplicito: una didascalia iniziale (un po’ paracula) dichiara che il film non ha intenti scientifici.

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Il romanzo di Fulvio Ervas raccontava il viaggio in America di Andrea e Franco Antonello. La sceneggiatura di Umberto Contarello e Sara Mosetti trasferisce l’azione tra Trieste, la Slovenia e la Croazia, sviluppando un rocambolesco e commovente road movie che permette a Gabriele Salvatores di imbroccare il suo film più riuscito da anni. Non tanto perché compatto o impeccabile ma perché si dimostra preciso nella costruzione e finalmente vivo nello spirito.

Tornando al cinema che meglio sa fare, Salvatores racconta ancora di gente che fugge dagli schemi per riconsiderare la propria vita, scegliendo il viaggio come occasione di conoscenza del mondo e di se stessi, con la fiducia nei confronti della commedia quale strategia migliore per interpretare i nostri tormenti. Magari qua e là appare un po’ troppo ruffiano, eppure, al netto di alcuni scompensi, è un film popolare che parla alla sensibilità del grande pubblico. E, inoltre, non dimentica di parlare, sempre e comunque, di “tutti coloro che stanno fuggendo”, vero tema del cinema di Salvatores. Gli Antonello ricorrono nel finale, con foto del loro viaggio affiancate a quelle del film.

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