Venezia 76 | Recensione: Waiting for the Barbarians

WAITING FOR THE BARBARIANS (Italia, 2019) di Ciro Guerra, con Mark Rylance, Johnny Depp, Robert Pattinson, Gana Bajarsajhan, Greta Scacchi, David Dencick, Sam Reid, Harry Meling. Drammatico. ** ½

Erano anni che Micheal Fitzgerald, mitico produttore di John Huston, cercava di portare sul grande schermo Aspettando i barbari, romanzo del Premio Nobel J. M. Coetzee qui impegnato per la prima volta anche come sceneggiatore. Ci è riuscito, grazie al budget messo a disposizione dai rampanti Monika Bacardi e Andrea Iervolino (con la messicana Olga Segura, anche lei in ascesa), da tempo desiderosi di lanciarsi definitivamente sul mercato del cinema di prima fascia dopo molte produzioni spesso un po’ discutibili.

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Per questa attesissima trasposizione, è stato chiamato Ciro Guerra, alla prima esperienza fuori dalla Colombia. Un film che, quindi, nasce come una prova delicatissima per molte delle personalità coinvolte. La stessa storia raccontata ha un portato simbolico tale da rendere l’operazione qualcosa di titanico. Al centro c’è un maturo magistrato, che comanda uno sperduto avamposto ai confini di un imprecisato impero. Appena fuori, ci sono i barbari, nomadi con cui sussiste un patto fondato sulla cordiale indifferenza.

Le cose cambiano all’arrivo di uno spietato colonnello, inviato lì per scoprire se i barbari costituiscono una vera minaccia e sovvertire la politica del magistrato usando il pugno di ferro. L’allegoria sulla quale è incardinato il romanzo di Coetzee è la chiave d’interpretazione privilegiata per un film che, per come è stato immaginato e ripensato, intende porsi su un territorio astratto nella sua concretezza, dove l’impossibilità di definire le coordinate geografiche e culturali dell’impero sta a determinare la possibilità di emanciparsi dalla Storia per collocarsi in una prospettiva più metaforica.

Tuttavia, al netto della convincente trasfigurazione, più che il fascino arcano di una storia che occhieggia inevitabilmente al Deserto dei tartari specie nella versione di Valerio Zurlini (i costumi dei militari, la fortezza), emergono i mezzitoni di una narrazione dalla struttura rigida (quattro parti, una per ogni stagione) e che non riesce a svincolarsi dal suo essere un teorema fondato su un raffinato sistema di allusioni, ma forse sovraccaricato da un eccesso di programmaticità.

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Un’impresa destinata forse dapprincipio a essere incompiuta – e che non sia proprio questa la sua strategia? – che appartiene a Fitzgerald più che a Guerra: il regista addomestica la capacità visionaria adattando il proprio sguardo sembra a mezzo servizio come se tutto gli interessi solo sulla superficie della prestazione d’opera, per dimostrare di essere un affidabile metteur en scène che sa conciliare autorialità e spettacolo. Il sublime Mark Rylance è un genio tra John Mills e David Niven, mentre Johnny Depp è giustamente ripugnante pur nel crinale tra mitologia e caricatura.

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