Recensione: John McEnroe – L’impero della perfezione

JOHN MCENROE – L’IMPERO DELLA PERFEZIONE (L’EMPIRE DE LA PERFECTION, Francia, 2018) di Julien Faraut. Documentario. ****

pubblicato su Cinefilia ritrovata il 6 maggio 2019

Negli anni Ottanta, il critico dei Cahiers du Cinema, Serge Daney, cominciò a scrivere di sport per Libération. Non si trattava di una abdicazione alla lettura del cinema, quanto piuttosto di un allargamento della prospettiva. Parlare di tennis per rispondere alla domanda cruciale: di cosa parliamo quando parliamo di cinema? Il riverbero del suono, il senso del tempo, il conto alla rovescia, il destino. E, allora, di cosa parliamo quando parliamo di tennis? Esattamente delle stesse cose. Cinema e tennis hanno un denominatore comune: la durata. Una partita può durare quanto l’episodio di una serie tv o corrispondere addirittura al minutaggio di un’intera serie. Ci interessa l’attesa. Ci interessa, affascina, esalta la possibilità di inventare il tempo.

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Miglior film alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro del 2018, John McEnroe – L’impero della perfezione di Julien Faraut parla proprio di questo: del capolavoro di un genio, della vita professionale dunque umana vissuta come un’opera d’arte. Un tennista, forse il tennista. Un attore? Poiché Tom Hulce s’ispirò a McEnroe per interpretare Mozart in Amadeus (a ripensarci una notevole folgorazione), Faraut ruba al film di Milos Forman una serie di epiteti rivolti al musicista per definire il carattere del tennista: «coglioncello, viziato, senza scrupoli, arrogante, osceno, passionale».

Ma, più che come un attore sul palcoscenico ovvero il campo in terra battuta che “crea la fiction”, l’idea risiede nel pensare a McEnroe in quanto regista, un autore totale che si realizza attraverso la collera e la furia, ossessionato dal controllo e in costante conflitto con il prossimo (gli arbitri, i cameraman e, en passant, i genitori). Un’operazione sì di montaggio ma soprattutto un saggio critico, perché lavora sul prezioso materiale filmato da Gil de Kermadec nella stagione di gloria di McEnroe. Dove sta la differenza tra le riprese di questo ex tennista divenuto cineasta e le registrazioni televisive, “ufficiali” dei match? Nello sguardo.

Anche perché nel momento in cui si sceglie l’oggetto di un documentario, la sua realtà viene automaticamente modificata dalla presenza della macchina da presa. Artefice di film didattici incentrati sulle posture dei tennisti, de Kermadec non si limitò a censire l’esistente ma s’impegnò ad osservare McEnroe in azione. Se è vero che il cinema rivela l’impossibilità di replicare, il metodo si articola cercando di rivelare le verità nascoste nell’anatomia del movimento per spiegare l’imprevedibilità del gesto, rallentando le immagini al fine di esaminare il segreto del gioco, sollecitando nello spettatore l’ipotesi che il tennista stia giocando addirittura contro se stesso.

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Un fuoriclasse convinto – secondo Daney – di essere vittima di un’eterna ingiustizia e dunque ostinatamente impegnato a strappare al mondo quelle vittorie che gli sono dovute, da non condividere con nessun altro. In apparenza mai soddisfatto di se stesso, “un bambino col broncio che trattiene le lacrime” e però riesce a trasformare l’ostilità in gioco. Epica e teoria del documentario in un film clamoroso sul desiderio di non essere come tutti (gli altri), un’ode al perturbante genio di un’epoca così disperatamente bisognoso d’amore. “Il cinema mente, lo sport no” sentenzia Jean-Luc Godard nella citazione che domina l’intero film. E si riverbera nello straziante finale con – l’accusa di spoiler non sussiste – la mancata vittoria al Roland Garros del 1984: «cosa sarebbe diventata la mia vita se avessi vinto?».

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