Recensione: Wildlife

WILDLIFE (U.S.A., 2018) di Paul Dano, con Jake Gyllenhaal, Carey Mulligan, Ed Oxenbould, Zoe Margaret Colletti, Bill Camp, Darryl Cox. Drammatico. *** ½

disponibile su Infinity, Chili, Rakuten tv e iTunes

Per aiutare l’economia familiare, in crisi da quando il capofamiglia ha perso il lavoro, Joe si mette alla ricerca di un lavoro. Lo trova nello studio di un fotografo. Quando gli spiega le sue mansioni, l’uomo gli illustra lo spazio adibito ai ritratti: qui la gente, dice, si mette in posa per immortalare un momento che reputa bellissimo. In questo posto, al cospetto della macchina fotografica, la famiglia di Joe ci arriva alla fine di Wildlife: sarà effettivamente così felice da voler eternare se stessa?

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Per il suo esordio alla regia, Paul Dano ha scelto di adattare, con la compagna Zoe Kazan, Incendi di Richard Ford. E dimostra un controllo della messinscena a tratti incredibile. Fin troppo, verrebbe da dire. Giocando sul titolo, l’atteggiamento della sua regia compassata e febbrile non è quello del pompiere, pronto a spegnere i fuochi che divampano nei corpi dei personaggi o attorno ad essi. No, Dano sembra piuttosto un domatore, che governa le fiamme per non farsi bruciare da una materia tanto incandescente.

Nella forma di un tipico dramma indie, Wildlife è un classico coming of age del Midwest americano, collocato all’inizio degli anni Sessanta ma adattabile anche al contesto contemporaneo. Nel Montana rurale, tra foreste da usare nelle industrie del legname e case che nascondono tormenti repressi, Joe è chiamato a crescere in autonomia mentre assiste al disfacimento del matrimonio dei genitori: lui, depresso, sceglie di lavorare lontano da casa con il salario di un dollaro al giorno; lei, esasperata, prima diventa istruttrice di nuoto (in uno Stato senza mare) e poi si lascia andare alla passione amorosa per un altro uomo.

Come imposto dal titolo, il fuoco è l’elemento da assumere per interpretare una storia che si muove come le fiamme di un incendio: costanti e con improvvise vampate, circoscritte eppure pericolosamente orientate verso un’espansione, roventi ma fonte di tepore nei momenti più freddi. Attraverso gli occhi dell’eccellente Ed Oxenbould, le fiamme di questi incendi – veri, tangibili oppure metaforici, intimi – sfavillano ora con la forza positiva che bonifica le zone depresse ora con un impeto devastante e deturpante.

Più della sottrazione con cui Jake Gyllenhaal costruisce il padre afflitto da una vita che non corrisponde a quella sognata, è la straordinaria gamma di emozioni incarnata da Carey Mulligan a interpretare al meglio il titolo dunque il film. Nel suo passare da preoccupata casalinga che si rimbocca le maniche a sfrontata fedifraga dalla condotta spudorata, l’attrice è formidabile nel rappresentare un personaggio in fieri, i cui sensi di colpa nei confronti del figlio sono pari al dolore con cui asseconda il proprio conflitto interiore con comportamenti da lei stessa biasimati.

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Dano trova nella nitida fotografia di Diego Garcia un contribuito fondamentale. Le musiche sono di David Lang: si sente. Tre momenti fondamentali per quest’anatomia familiare: l’iniziale idillio tra la cucina e la sala, mentre la televisione dà l’idea di un’America dove tutto è possibile; verso la metà, quando la mamma ricorda al figlio che con il marito sono stati anche felici; e il finale, corpi davanti a un cielo finto, con il romanzo di formazione di Joe compiutosi di fronte all’inevitabilità e alla consapevolezza di una frattura. Miglior film al Torino Film Festival.

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