Recensione: I migliori anni della nostra vita

I MIGLIORI ANNI DELLA NOSTRA VITA (LES PLUS BELLES ANNÉES D’UNE VIE, Francia, 2019) di Claude Lelouch, con Anouk Aimée, Jean-Louis Trintignant, Antoine Sire, Marianne Denicourt, Souad Amidou, Tess Lauvergne, Monica Bellucci. Sentimentale. ***

Nella parte finale di I migliori anni della nostra vita, si sovrappongono tre oggetti cinematografici di Claude Lelouch. All’interno del film che stiamo vedendo – che è sostanzialmente un patchwork, che si può leggere tanto come una sinfonia di frammenti quanto al pari di una scaltra operazione di narcisismo autoriale – s’inserisce Un appuntamento, cortometraggio del 1975, piano sequenza in auto alle prime luci dell’alba per le strade di una Parigi al risveglio. In sovrapposizione, il volto di Jean-Louis Trintignant in Un uomo, una donna si sovrappone a quello di cinquantatré anni dopo.

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Lelouch, protagonista occulto di Un appuntamento in quanto al volante dell’auto che sfreccia verso la donna amata, suggerisce che la persona a bordo sia Jean-Louis, il pilota automobilistico di Un uomo, una donna. Credibile: la velocità, l’amore folle, cosa non si fa per una donna etc. I migliori anni della nostra vita si edifica su un’abiura: quella del sequel ufficiale, Un uomo, una donna oggi, realizzato a vent’anni dal più fortunato dei film del regista e all’epoca respinto dalla critica e dal pubblico.

Da abile amministratore del se stesso autore popolare, Lelouch elimina il ricordo di quel revival, reinventa un pezzo minore ma intrigante della sua filmografia e ritenta l’incontro tra i suoi eroi in una più struggente dimensione nostalgica che s’incrocia con un’affascinante suggestione cinefila: sono, infatti, trascorsi cinquant’anni da quella storia fallita e, benché ognuno abbia preso la propria strada, nessuno dei due ha dimenticato un amore così travolgente, le cui immagini (del film) ripercorriamo come se i personaggi ne avessero consapevolezza. Come se il classico di Lelouch sia un filmino familiare, un home movie rinvenuto nei meandri della memoria.

Prima di essere Anne e Jean-Louis, i protagonisti sono Anouk Aimée e Jean-Louis Trintignant. I loro volti che vediamo prima e dopo, i loro corpi invecchiati, le loro vite cinematografiche. Aimée, ancora una volta doppiata da Maria Pia Di Meo, lavora saltuariamente al cinema, godendosi quel riposo speculare alla scelta di Anne di lavorare per continuare a vivere, e riappare qui proprio per riannodare i fili e scomparire dentro il suo ruolo più iconico. Belle tojour, come la vediamo dall’inizio: intervistata sul suo amore.

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Da par suo, Trintigant, dopo la clamorosa rentrée di Amour, ha partecipato solo a Happy End: un attore da sempre così intimamente legato alla macchina, alla corsa, alla velocità («Quando mi hai detto che eri un pilota mi meravigliai che andassi così piano» «Non avevo fretta. Eri così bella!»), si ritrova infermo, costretto a muoversi in carrozzina mantenendo comunque lo stesso sguardo sospeso tra malizia e gentilezza, dominato da una demenza senile che non gli fa dimenticare i versi dei poeti prediletti. I migliori anni della nostra vita è, va da sé, un documentario su di loro: una celebrazione, un omaggio, un’ode nostalgia, un ultimo spettacolo. Un selfie.

Film di dialoghi che giocano tra realtà e cinema e ammiccano a vecchie battute, di immagini che si rincorrono tra passato e presente in una partitura liquida, di suoni modulati dentro canzoni di un repertorio che appartiene tanto ai personaggi quanto gli spettatori, più che un brillante testamento spirituale quello di Lelouch è un’intelligente operazione dai fremiti meta-cinematografici, furba nella misura in cui commuove dispensando una malinconia pari alla gioia di rivedere le due glorie. Un bel tramonto.

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