Recensione: E poi c’è Katherine

E POI C’È KATERHINE (LATE NIGHT, U.S.A., 2019) di Nisha Ganatra, con Emma Thompson, Mindy Kaling, Hugh Dancy, Reid Scott, Amy Ryan, John Lithgow, Denis O’Hare, Max Casella. Commedia. ***

Dietro il titolo italiano che occhieggia al late show con Alessandro Cattelan c’è il più indicativo Late Night, genere del tutto americano che da anni in Italia ci ostiniamo a proporre facendo finta di non capire quanto sia una specificità d’oltreoceano. Come il sottovalutato Il buongiorno del mattino che raccontava i problemi di una giovane lavoratrice dietro le quinte di un infotainment mattiniero, anche E poi c’è Katherine si serve ancora una volta di un caposaldo del palinsesto televisivo.

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Rivendicando la fiducia nella commedia – un tempo avremmo detto “sofisticata”, ma qui non è del tutto esatto – come genere indispensabile per intercettare i cambiamenti della società e interpretare i rapporti di forza tra potenti e sottoposti, E poi c’è Katherine incrocia almeno tre filoni. Il più vistoso deriva da Il diavolo veste Prada, per la relazione tra un capo carismatica e prossima alla crisi e una subalterna inizialmente inadeguata che a poco a poco conquista l’attenzione e il rispetto del superiore.

Tuttavia sembra quasi un McGuffin messo lì per suggerire il ricordo del long seller su editoria e moda, con la riproposizione di una venerata signora di mezz’età, un po’ stronza e ostile alle donne brillanti (ama solo quelle morte, le fa notare l’assistente), che sente di essere in ritardo rispetto al nuovo che avanza e una goffa ragazza destinata a crescere e maturare alla sua ombra. Il secondo filone, come già accennato, è quello sulla comicità televisiva, qui affrontata in una inedita versione dramedy.

Katherine, infatti, è una sorta di David Letterman femminile, leggenda della televisione sposata con uno scrittore («siete come Diane Sawyer e Mike Nichols!»), da decenni in onda nella seconda serata di un network che, a causa del calo degli ascolti e della poca presa sul pubblico dei nuovi media, intende farla fuori. Qualche problema c’è: non ha più la verve delle stagioni migliori, evita le battute politiche, non sa comunicare con le social star, non ascolta le idee del suo pur poco sveglio team di autori.

Mindy Kaling, star della tv americana, ha scritto la parte su misura per Emma Thompson: al solito infallibile, la suprema attrice inglese è qui incredibile per il calcolo perfetto di istrionismo e severità (la confessione al marito è da antologia). Benché reale protagonista della commedia, l’ottima Kaling è consapevole di rischiare l’eclissi, ma ha un ruolo talmente preciso e giusto (si sente la conoscenza del backstage) da non soffrire mai la partner, da par suo più che intelligente nel non sopraffare mai l’autrice-attrice.

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Il terzo filone è quello dell’autodeterminazione femminile. Dietro la macchina da presa c’è la canadese Nisha Ganatra, le protagoniste sono donne, i maschi fanno contorno, il Me Too è un’arma che tocca Thompson perché responsabile di creare un clima tossico sul posto di lavoro e incapace di solidarizzare con le altre donne. Commedia intelligente, saporita, ricca, a volte un po’ troppo. Produce Amazon, in prima battuta solo per la piattaforma streaming.

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