La strega in amore | Damiano Damiani (1966)

Se c’è un oggetto davvero inafferrabile, quello è il cinema di Damiano Damiani. Regista eclettico quanto sfuggente, artigiano della più nobile stirpe, sondatore dei generi e pioniere del linguaggio televisivo. Gli anni Sessanta costituiscono per lui un terreno fertilissimo per la sua formazione, tra l’incipit che determina il profilo americano (Il sicario, Il rossetto), trasposizioni letterarie (L’isola di Arturo, La noia e soprattutto Il giorno della civetta, grande western mafioso) e straordinari atti unici, dalla commedia amarissima La rimpatriata al western rivoluzionario Quien Sabe?.

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Di quest’ultimo filone fa parte anche La strega in amore, che è pur tuttavia anche l’adattamento del romanzo Aura di Carlos Fuentes. Una postilla apparentemente superflua ma che offre bene l’idea di un regista che lavora su più fronti, intersecando colori e suggestioni. E che trasferisce l’origine letteraria nel cuore nero di una Roma decadente e decaduta, entrando con passo felpato nell’appendice del giallo gotico all’italiana, zona La ragazza che sapeva troppo, per intenderci. Pur ponendosi quale apocrifo di lusso, guardando al gotico maledetto italiano (Malombra, I vampiri).

Col caposaldo di Mario Bava, la cupa stravaganza del film Damiani condivide un approccio che alla malia macabra del narratore che indaga il fantastico nascosto nella realtà infonde lo scetticismo ironico degli intellettuali perplessi di fronte alle fughe verso l’onirico. Un po’ sembra mettersi nei panni del protagonista (Richard Johnson, piccola star del thrilling nazionale), un quarantenne disincantato che accetta di lavorare per una vecchia signora sì per curiosità endemica ma soprattutto per poter conoscerne meglio l’incantevole nipote.

L’apparato scenografico di Luigi Scaccianoce esalta la dimensione “a parte” del mondo domestico delle due donne: un enorme palazzo nobiliare, ricordo lugubre dei giorni migliori, incastonato in un centro cittadino che sembra – o vuole – ignorare il perturbante oltre la porta. E così le luci di Leonida Barboni, che attraverso un bianco e nero di grande inquietudine riesce a trasmettere l’idea di un racconto di fantasmi che si celano in penombre inaccessibili alla ragione.

L’idea, poi, che la vecchia signora sia interpretata da Sarah Ferrati è addirittura geniale. Perché porta sul grande schermo un mostro sacro del teatro che non ha mai frequentato il cinema se non negli anni Trenta, in un dimenticato film di Amleto Palermi. Con la sua recitazione aspra e austera, la divina porta in dote al personaggio la paura affascinante che incute il mistero di una donna che non sembra appartenere a questo mondo. Al mondo del cinema, dei film, dei fasci di luce sugli schermi.

Ed è significativo che la giovane sia, invece, Rosanna Schiaffino: che, sì, è la moglie del produttore, ma è anche il sex symbol dell’epoca più adatto a incarnare un erotismo eccitante e indecifrabile, versione più “terrena” dell’eterea Silvana Mangano e proprio per questo più pericolosa. Questa doppia presenza è la chiave di volta per capire un film che in prima battuta è una bizzarria gotica, in seconda un giallo che occhieggia al paranormale e in terza un horror, una ghost story nei territori della follia. E una storia di fantasmi è sempre una storia d’amore.

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Schiaffino è Aura, nome che rappresenta già una dichiarazione d’intenti: nome adespota, ovvero senza santa di riferimento, che in latino indica una particolare atmosfera o illuminazione ma anche “brezza, venticello”, che può essere il troncamento di altri nomi più lunghi dunque segno di una personalità scissa. Personaggio indiziario, l’immagine di un segreto, corpo inevitabile di un amour fou, reclusa in un palazzo del quale è regina e fantasma e mai uscita fuori dai confini.

Gian Maria Volonté è l’uomo che ha cercato di capirla e l’ama con tutto l’odio di cui sono capaci gli innamorati, destinato a soccombere perché la ragione non è alla portata del mistero. Con un finale che si riallaccia alla caccia alle streghe, ai falò che non possono bruciare i corsi e ricorsi della storia. Per il sospettoso Damiani, una divagazione allucinante, che forse avrebbe meritato una maggior incidenza nell’orrore mélo ma è già così abbastanza divertente, angosciante, folle.

LA STREGA IN AMORE (Italia, 1966) di Damiano Damiani, con Rosanna Schiaffino, Richard Johnson, Gian Maria Volonté, Sarah Ferrati, Margherita Guzzinati, Vittorio Venturoli, Ivan Rassimov, Ester Carloni. Drammatico. ***

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