Festa del Cinema di Roma 2019 | Recensione: Motherless Brooklyn – I segreti di una città

MOTHERLESS BROOKLYN – I SEGRETI DI UNA CITTÀ (MOTHERLESS BROOKLYN, U.S.A., 2019) di Edward Norton, con Edward Norton, Bruce Willis, Gugu Mbatha-Rawa, Bobby Cannavale, Alec Baldwin, Willem Dafoe, Cherry Jones, Leslie Mann. Noir. **

Sono trascorsi quasi vent’anni da Tentazioni d’amore, brillante debutto alla regia di Edward Norton, tra i migliori attori della sua generazione. E esattamente due decenni fa usciva il romanzo di Jonathan Lethem all’origine di Motherless Brooklyn (addobbato per l’edizione italiana con l’evitabile sottotitolo I segreti di una città), che Norton, alla seconda prova dietro la macchina da presa, è riuscito a trasporre sul grande schermo dopo una lunghissima gestazione produttiva.

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Se c’è un genere che ciclicamente torna alla ribalta, quello è il noir. Per la capacità di intercettare gli umori più cupi, scandagliare l’infinita gamma di sfumature dell’animo umano, svelare le menzogne di una realtà apparentemente pura, irrompere nel cuore nero dell’ambiente urbano. Tralasciando il neo-noir degli anni Ottanta, è proprio quello metropolitano a vivere costanti rinascite e relative cadute, tra il neoclassicismo di L.A. Confidential e la contaminazione action del cinema di Ben Affleck passando per mille altre letture che da Quentin Tarantino in giù non è il caso di affrontare…

Norton guarda sia alla tradizione della Hollywood classica, pur con un occhio ai b-movie, cercando suggestioni nei film di Jules Dassin e Otto Preminger per l’adesione a una città vissuta rischiosamente da chi non è ben integrato nel suo coacervo relazionale, sia a quella diciamo newhollywoodiana, ritagliando per sé il ruolo del protagonista, un investigatore privato affetto dalla sindrome di Tourette e cresciuto sotto l’ala protettiva di un uomo che lo ha salvato dall’orfanotrofio (motherless quindi senza madre, orfano).

È pressoché incontrovertibile la cattiva recitazione che Norton fa di stesso. Lasciatosi a briglia sciolta in un ruolo spericolatissimo, si esibisce in un istrionismo non temperato, riflettendo l’alterazione psicologica del personaggio in stacchi di montaggio secchi e paranoici. E, sì, certo non aiuto proprio il montaggio di Joe Klotz, che non sa condensare in meno di due ore e venti una storia non complicatissima ma via via resa più intrecciata e contorta di Il grande sonno.

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Peraltro non baciato da una fotografia (dell’altrove impeccabile Dick Pope) in grado di esaltare chiaroscuri e opacità, anzi tutta tesa a rendere ogni cosa nitida quasi in funzione di una fruizione pensata per uno schermo non cinematografico, Motherless Brooklyn sconta una regia incapace di misura, equilibrio e fantasia (i flashback seppiati con pellicole che bruciano gridano vendetta, le parentesi oppiacee slittano verso territori impervi), sperando di avvincere lo spettatore con un accumulo di indizi che, infine, non esplodono in una soluzione deflagrante.

Se Bruce Willis gioca con la sua immagine ormai iconica portando in dote se stesso, Willem Dafoe gigioneggia come sempre quando gli capita un carattere sopra le righe. Qualcosa, naturalmente, funziona bene, dal melanconico ballo nel locale jazz agli interventi di un Alec Baldwin – uno che più passano gli anni e più diventa bravo – davvero feroce nel tratteggiare un potente misterioso ma al contempo cristallino nella sua avida progettualità urbanistica. Ma sembra un po’ pochino per un film(one) di cotanta ambizione.

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