Festa del cinema di Roma 2019 | Recensione: Downton Abbey

DOWNTON ABBEY (G.B., 2019) di Michael Engler, con Hugh Bonneville, Elizabeth McGovern, Maggie Smith, Michelle Dockery, Jim Carter, Laura Carmichael, Penelope Wilton, Imelda Staunton, Phyllis Logan, Allen Leech, Lesley Nicol, Raquel Cassidy, Brendan Coyle, Kevin Doyle, Harry Dadden-Paton, Robert James Collier, Sophia McShera, Matthew Goode, Geraldine James, Simon Jones, Douglas Reith. Drammatico. *** ½

Era totalmente superflua un’appendice a Downton Abbey, serie capolavoro di Julian Fellowes che nel 2015 aveva concluso il proprio ciclo senza l’ansia di mettere tutte le cose in ordine, con la naturalezza di una narrazione che, dopo aver spiato, esplorato, scandagliato tutte le dinamiche tra il piano di sopra e il piano di sotto del palazzo, aveva deciso di chiudere la porta per non esasperare i personaggi, esacerbare le situazioni, annoiare il pubblico…

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Era talmente superfluo che non possiamo non accogliere il film con somma gioia. Strenna pre-natalizia per i fans, anche capace di parlare comunque a un pubblico non del tutto addentro la serialità, a differenza dei tv movie di altre serie, ha la sola pretesa di intrattenere, dare un ultimo saluto alla famiglia Crawley e ai domestici, e non cerca di intrecciare una matassa che di per sé ha avuto sempre la fortuna di non essere complicata e dunque fruibile con piacere e distensione.

Più che una storia, al centro c’è una situazione: il re e la regina stanno per arrivare a Downton Abbey. Fine. Tutto qui. Una situazione semplice da riempire con personaggi che mantengono il loro ruolo, una sola vera guest star (Imelda Staunton) a dare pepe al romanzo familiare, nell’orizzonte storico di un’ennesima transizione: l’aristocrazia è, ormai, tramontata, e sta pensando di sbaraccare per trasferirsi in città, certi servi hanno fremiti comunisti, la monarchia è osteggiata a viso aperto.

Se la serie era il racconto elegante e decadente dell’eclissi di un’epoca e di un mondo, il film ne è il vespro che conclude la giornata, con il ballo dei due borghesi sul terrazzo a significare l’ascesa di un nuovo ceto mentre, dentro il palazzo, la nobiltà esercita i suoi rituali sì consapevole del cambiamento ma gattopardescamente presa dal ricevimento e dalle consuetudini dell’etichetta, con la complicità dei domestici che vedono la famiglia quale faro di una comunità.

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Film di personaggi più che di plot, è l’occasione per accennare ai moti repubblicani irlandesi, ai locali clandestini per omosessuali, alla lotta tra i servi. Immutabile la devozione di buona parte del popolo verso la monarchia (è un film conservatore? No), trova i caratteri più interessanti nell’“alieno” Allen Leech (borghese, vedovo di una figlia dei Crawley) e soprattutto nella dubbiosa Michelle Dockery, destinata a raccogliere il testimone del padre Hugh Bonneville eppure titubante.

Ma tutti gli applausi sono, verrebbe da dire naturalmente, per Dame Maggie Smith, indimenticabile Lady Violet impegnata in piccoli e buffi complottismi per accaparrare un’eredità in pericolo e che, tra una freddura e l’altra («Io non discuto: spiego»), ha tempo per regalarci una parentesi di autentica commozione, testimoniando quanto nel suo personaggio fiero e crepuscolare sia davvero il cuore battente di un teleromanzo che al cinema riesce a non perdere un briciolo di fascino.

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