Festa del Cinema di Roma 2019 | Recensione: Antigone

ANTIGONE (Canada, 2019) di Sophie Deraspe, con Nahéma Ricci, Rawad El-Zein, Antoine DesRochers, Nour Belkhiria, Hakim Brahimi, Rachida Oussaada. Drammatico. ***

La permanenza del classico ci insegna che il classico è tale perché agisce dentro la contemporaneità, continuando a trasmettere il proprio messaggio a prescindere dalle contingenze temporali. La sua lezione ritorna in Antigone, attualizzazione e libera rivisitazione della tragedia di Sofocle nell’orizzonte del Canada contemporaneo, con i personaggi emigrati a Montreal dopo l’assassinio dei genitori, che mantengono i nomi originari: i fratelli Étèocle e Polinice, le sorelle Antigone e Ismène, il fidanzato Hémon, più la nonna Ménécée e Christian, sorta di ripensamento di Creonte, fino a una psichiatra cieca che compare in un incubo alludendo a Tiresia.

Scelta da una parte straniante per ovvi motivi e dall’altra affascinante, ma che nel mezzo comunica un’idea programmatica abbastanza spericolata: tramandare il classico nella cornice del presente, conservando i profili onomastici dunque umani dei suoi abitanti nella dimensione di un Occidente ribollente. Il Canada ne diventa l’emblema per le caratteristiche che la rendono una zona di frontiera, un coacervo di culture che si incontrano e lingue che non sanno interagire, la civiltà costretta a misurarsi con le contraddizioni dell’integrazione e il senso profondo della cittadinanza, del sentirsi parte di una comunità.

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Il rischio schematico esplode quando passa un autobus con su scritto lo sponsor “Œdipe Roi”: un gioco metanarrativo che però porta il film altrove, mettendo al centro la statura morale di Antigone, studentessa modello che incarna l’unione familiare in pericolo, investe se stessa e il proprio corpo in una battaglia morale in cui è la legge del sangue e del cuore a prevalere sulla giurisprudenza, con l’ostinazione di chi esercita e protegge un amore assoluto e totale.

Sophie Deraspe sceglie un’immagine neutra, nitidissima, assai accessibile fino ai limiti del patinato, sottolineando così l’intenzione di rivolgersi a un pubblico ampio a cui chiede di accettare anche le ingenuità della rilettura o aggiornamento (la trasformazione del processo in un atto politico, l’impatto sulla società dello spettacolo). La sua Antigone, forte di un’interprete difficilmente trascurabile, è l’eroina del dissenso che arriva da lontano per leggere e comprendere la complessità del presente, tanto fiera quanto fragile nel suo percorso di formazione dove deve misurarsi con il desiderio di una “vita normale” della sorella o i demoni interiori tra le mura del carcere. Finale pessimista, con la permanenza di un altro classico: I 400 colpi.

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