François Truffaut, 35 anni dopo | Le due inglesi (1971)

Nel trentacinquesimo anniversario della prematura scomparsa di François Truffaut, tornare su uno dei suoi film più sfortunati mi sembra un’azione critica necessaria, soprattutto perché Le due inglesi costituisce un caso abbastanza sconfortante di miopia, tanto dei commentatori che lo trattarono con freddezza e severità quanto del pubblico che lo respinse senza appello. Convinto che gli spettatori avessero sempre ragione, Truffaut intervenne sulla pellicola e tagliò più di ventiquattro minuti: non andò comunque bene e Le due inglesi cadde nell’oblio, finché, prima della morte, l’autore decise di recuperarlo e rimetterci mano.

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Per Le due inglesi potremmo riprendere la definizione di “film malato” che lo stesso Truffaut coniò per Marnie: con esso s’intende «un’impresa ambiziosa che ha sofferto per errori di percorso: una sceneggiatura impossibile da girare, un cast inadeguato, delle riprese avvelenate dall’odio o accecate dall’amore, uno scarto molto forte tra intenzione ed esecuzione, un impantanarsi non percepibile o un’esaltazione ingannatrice. Evidentemente la nozione di “grande film malato” si può applicare soltanto a grandissimi registi, a quelli che hanno dimostrato in altre circostanze di poter raggiungere la perfezione». Appunto.

Le due inglesi parte dallo stesso universo creativo di Jules e Jim. Oltre al romanzo epistolare di Henri-Pierre Roché, Truffaut decide di parafrasare la vita dello stesso Roché, essendo entrato in possesso dei suoi diari inediti. Ancora un triangolo, questa volta con due donne e un uomo. E nella geometria disperata dell’amour fou Truffaut legge in controluce se stesso: l’amore in momenti diversi per le sorelle Catherine Deneuve e sua sorella Françoise Dorléac, l’identificazione con Jean-Pierre Léaud per la prima volta con il regista fuori dal ruolo di Antoine Doinel eppure sempre intessuto delle suggestioni dell’alter ego.

Non è esatto dire che si tratta di un film autobiografico, anche perché in una certa misura è tutto il cinema di Truffaut ad essere in dialogo con la sua biografia. Mi sembra sia più pertinente sostenere che vi sia una miracolosa strada impervia dunque meravigliosa che incrocia l’ipotesi di autofiction con il parallelismo con una finzione imbevuta di realtà. Per un cinefilo fattosi regista che ha sempre eletto il cinema a interpretazione e finanche sostituzione della vita, un film ispirato a un’opera semi autobiografica è il modo migliore per parlare di sé.

Dopo il matrimonio fallito tra il parigino Claude e la gallese Muriel, perché mal visto dalla madre di lei, la separazione imposta tra i due porta il ragazzo in patria, dove in seguito diventa l’amante di Anne, sorella di Muriel. E poi nuovi distacchi, viaggi lontani, altri ricongiungimenti, deviazioni sentimentali, successi editoriali, dolori perenni. Un romanzo per immagini (la magnifica fotografia è di Néstor Almendros, ispirata ai cromatismi della pittura vittoriana) sospeso tra potenza lirica e tragedia terrena.

Un film “malato” perché creato da una rottura che determina il prodigio, dominato dall’incontro fatale tra il pathos dei turbinosi e difettosi antieroi dell’autore con una tensione erotica e una fisicità del Truffaut di La calda amante. Un mélo denso e romantico che non lascia scampo, segnato dal sangue che macchia l’inquadratura a definire l’orizzonte struggente di un dolore che è anzitutto corporale, sottolineando quanto Le due inglesi (e il continente, come da titolo originale) sia la storia di un incontro fatidico: quello tra due corpi giovani geograficamente isolate e un uomo che incarna il desiderio della scoperta.

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Forse il film intimamente più femminile di Truffaut, dove il conflitto tra mentalità puritana e contestazione contemporanea (al regista) è legato al ruolo delle donne nello sviluppo narrativo e storico, in cui il perno maschile è soggiogato al potere materno e al desiderio delle sorelle-amanti, e quello che fa più i conti con la rivoluzione sessuale, più di quel che presupponeva la vendicativa La sposa in nero, l’autodeterminazione della signora Tabard in Baci rubati, l’autonomia delle donne di Non drammatizziamo… è solo questione di corna.

Ma in cui le donne sono destinate a soffrire sempre. Fisicamente, emotivamente, culturalmente. Senza indulgenze, senza girare attorno all’evidenza di un gender sottomesso alle regole della società. Truffaut si mette dalla loro parte. Un film crudele, personalissimo, un treno nella notte che sembra prescindere qualunque epoca, una pugnalata al cuore che immortala la giovinezza come luogo dello spirito in un finale impossibile.

LE DUE INGLESI (LES DEUX ANGLAISES ET LE CONTINENT, Francia, 1971) di François Truffaut, con Jean-Pierre Léaud, Kika Markham, Stacey Tendeter, Sylvia Marriott, Marie Mansart, Philippe Léotard, Irène Tunc, Mark Peterson, Georges Delerue. Mélo. ****

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