Festa del Cinema di Roma 2019 | Recensione: Waves

WAVES (U.S.A., 2019) di Trey Edwards Shults, con Kelvin Harrison Jr., Taylor Russell, Alexa Demie, Renée Elise Goldsberry, Sterling K. Brown, Lucas Hedges. Drammatico. ** ½

Rifiutato da Alberto Barbera per la selezione alla Mostra di Venezia, Waves appare con le impronte del nuovo Moonlight: outsider asceso nel gotha dei premi massimi al crocevia tra la rivendicazione di narrazioni alternative (afroamericani, omosessuali, reietti) e una forma accattivante e immersi, forse un po’ sopravvalutato all’epoca in ottica di politica cinematografica. Dietro Waves non c’è un regista black come Barry Jenkins ma il bianco texano Trey Edward Shults al terzo film dopo il dramma Krisha e l’horror psicologico It Comes at Night e un tirocinio dietro la macchina da presa con Terrence Malick.

E si sente tutta, assieme a quella più sfumata del quasi coevo Jeff Nichols, l’influenza di quello che un tempo era il più misterioso e il meno prolifico dei maestri mondiali, in particolare per certe suggestioni estetiche derivate da The Tree of Life, sempre più punto di svolta del cinema d’autore americano e non solo. Nella lunga durata di oltre due ore (troppe) che giocano coi formati per lasciar trasparire distensione o soffocamento, aprirsi all’orizzontalità del futuro o chiudere nel presente senza uscita, si affastellano immagini sofisticate e vorticose che tuttavia non sfiorano l’ermetismo per la trasparenza di ciò che mettono in scena.

Risultati immagini per waves film 2019

Almeno tre film in uno, dentro le dinamiche di una famiglia devastata: il conflitto tra padre, uomo rigido e severo che non sa comunicare con la moglie, e figlio, popolare studente che gioca nella squadra di wrestling del liceo; lo scontro, finito in tragedia, tra il ragazzo e la fidanzata rimasta incinta; il tentativo di una nuova vita da parte della sorella, che si lega a un ragazzo dal vissuto difficile e desideroso di “mettere le cose a posto”.

La cosa più interessante di Waves è l’incidenza di Instagram. I ragazzi chattano sull’app, condividono storie, commentano le foto, sono spiati dai genitori. La funzione dei filtri è quasi la cifra della fotografia adulterata di Drew Daniels, che adotta dissolvenze coi colori tipici delle storie dell’app, come se certi passaggi fossero all’interno della cronaca narcisistica delle giornate dei personaggi. Ma Shults non porta fino in fondo la “instagrammizzazione” di un mondo dove le emozioni sono esasperate nella loro “pubblicizzazione” e si perde in troppe malie estetizzanti.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...