Il seduttore | Franco Rossi (1954)

Progetto Sordi, le puntate precedenti:

  1. Gastone di Mario Bonnard (1960)
  2. Domenica è sempre domenica di Camillo Mastrocinque (1958)
  3. Io so che tu sai che io so di Alberto Sordi (1982)
  4. Il boom di Vittorio De Sica (1963)
  5. Le coppie di Mario Monicelli, Alberto Sordi, Vittorio De Sica (1970)
  6. Racconti d’estate di Gianni Franciolini (1958)
  7. Il diavolo di Gian Luigi Polidoro (1963)
  8. Detenuto in attesa di giudizio di Nanni Loy (1971)
  9. Ladro lui, ladra lei di Luigi Zampa (1958)
  10. La vedova elettrica di Raymond Bernard (1958)
  11. Tutti a casa di Luigi Comencini (1960)
  12. I nostri mariti di Luigi Filippo D’Amico (1966)
  13. Piccola posta di Steno (1955)
  14. Nestore, l’ultima corsa di Alberto Sordi (1993)
  15. Crimen di Mario Camerini (1960)
  16. Accadde al commissariato di Giorgio Simonelli (1954)
  17. L’ingorgo di Luigi Comencini (1979)

Il trentenne Alberto è sposato con Norma (nomen omen: l’ottima Lea Padovani), brava donna che gestisce una trattoria tenendo in piedi la baracca familiare, così buona che paga le rate della macchina al marito pur non essendoci mai salita. D’altronde, in auto ci va con altre donne, all’insaputa della poveretta: si vanta con il capoufficio di prodezze amorose, ha un taccuino su cui riporta i numeri cifrati delle presunte conquiste, ci prova invano con una giovanissima cameriera.

Vive a casa della suocera e, pur disprezzando il loculo troppo “gozzaniano” (per poi rivelare, in un momento soft, la preferenza verso malie dannunziane), è servito e riverito benché mal tollerato. Raccomandato da un monsignore, è entrato nelle assicurazioni come funzionario della grandine. Grazie all’intercessione del prelato, ottiene un posto per il viaggio aziendale a Parigi. Bastano pochi minuti per darci l’idea di un uomo bugiardo, viscido, vile, vigliacco, traditore, approfittatore, parassita. Nell’arco di pochi giorni, diventa l’amante di una mantenuta francese, e s’invaghisce di una donna in villeggiatura a Fregene, lasciata sola dal marito americano sempre in viaggio.

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Un film di frontiera. Commedia all’italiana ante-litteram. Uno dei primi – se non il primo – ritratti dell’italiano medio, a partire da una libera reinterpretazione della commedia teatrale di Diego Fabbri. È il primo incontro tra Alberto Sordi e Rodolfo Sonego, il primo dei loro piccoli borghesi pavidi e ipocriti e, col senno di poi, incipit di una serie ideale sul “maschio” che comprende Lo scapolo, Il marito e Il vedovo. Lo gira Franco Rossi, alla prima esperienza con la commedia.

Nella “narrazione” di Sordi, Rossi non compare mai. D’altronde, se è vero che si tratta dell’unica collaborazione tra i due, sono pochissimi i registi che l’attore riconosce come davvero importanti nella sua carriera. Per certi versi, col solito gioco di assonanze tra colleghi dal profilo simile, Rossi sembra godere dello stesso trattamento (ma più gentile) di Gian Luigi Polidoro, regista di Il diavolo talmente sopraffatto dalla personalità di Sordi, sempre più autoproclamatosi autore, al punto da scomparire nella rievocazione di un film che l’attore considera come debutto alla regia.

Talmente convinto – in parte a ragione – del proprio statuto d’autore, Sordi ha finito per omettere l’apporto di Rossi, come se il regista fosse un mero professionista chiamato a mettere in scena la sceneggiatura. Chiaro che, almeno in quella fase, gioca a favore dell’attore la mancanza di ambizioni autoriali da parte di Rossi, amico di Sonego che ha invece sempre sottolineato quanto il regista abbia ripensato il film al doppiaggio, inventando di fatto il personaggio di Sordi, scritto in sceneggiatura in modo diverso.

Il seduttore di Fabbri racconta il percorso, leggero ma non frivolo, di un protagonista che passa dalla solitudine all’amore, prendendo coscienza dell’idea di amare allo stesso tempo tre donne (allegoria della Trilogia). Sonego, il più anarchico tra gli sceneggiatori accreditati, prende la storia da un’angolazione più libera, meno legata agli schemi del teatro cattolico. Uomo segnato dall’infanzia stroncata dell’unico figlio che sembra rivivere in lui attraverso l’atteggiamento l’infantilismo, Il seduttore di Fabbri viene trasformato nel prototipo di un italiano medio, uno stronzo che crede d’essere chissà-chi e disprezza la brava moglie.

L’Eugenio del testo assume il nome di Sordi stesso, Alberto, ripetendo quella simbiosi anagrafica tra attore e personaggio annunciata prima da Mamma mia, che impressione!, sottolineata da Fellini e di lì in poi ricorrente (Sordi si chiama Alberto in diciannove occasioni). Non è più un agente di viaggi ma un assicuratore, mestiere da noir “americano” che, per certi versi, enfatizza l’adesione del personaggio all’humus del dopoguerra. Lo stesso titolo diventa per Sonego una lettura alternativa a quella di Fabbri, convinto che nella cultura italiana l’idea della seduzione è vissuta come un fattore di importanza determinante nella vita di un uomo.

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Con le commedie contigue, Il seduttore ha in comune il contesto urbano dei rioni romani, spazi frequenti come la trattoria e l’ufficio, i temi sentimentali. Sembra inserirsi in quel repertorio di film – non riducibili a comode etichette – che fanno da ponte verso la commedia di costume dei Risi e Monicelli: gli somigliano Ragazze da marito per l’attenzione a un femminile non ancorato a modelli stantii, Totò e le donne per la rappresentazione dei rapporti tra i generi nella prospettiva borghese, La spiaggia per lo svelamento dell’ipocrisia piccolo borghese, Il sole negli occhi per il dramma che incombe dietro e dentro il sorriso.

Quando Alberto spiega che le tre donne rappresentano i tre momenti dell’amore, è come se stessimo in una zona franca tra il ricordo di Fabbri, una commedia di Aldo Campanile e una di Billy Wilder. Grazie alla fotografia di Alfieri Canavero, Rossi taglia il volto di Sordi con la penombra, lo riprende spesso di spalle, come un predatore pronto a saltare addosso alle donne che lui ritiene sensibili al proprio fascino. Lascia che, al cospetto della mano del protagonista senza fede in primo piano, lo sguardo della moglie dietro “l’arma del delitto” si geli con una sensazione in cui collimano la paura svelata, l’umiliazione, la furia.

Quando il monsignore lo rimprovera per le sue mancanze, Sordi diventa piccolo piccolo in una profondità di campo che ironizza sul paternalismo cattolico, essendo il prelato tutt’altro che uno stinco di santo. A tratti, sembra che Rossi stia girando una commedia secondo le regole di un film drammatico. Come nel finto ritorno a casa da Parigi, quando Alberto abbraccia la moglie che gli ha appena chiesto: «se ci fosse il divorzio in Italia, cosa faresti?». Alberto, allora, guardandosi allo specchio, rievoca il primo incontro con Norma, quando alla fine della guerra giunse nella trattoria «reduce, laureato e senza un soldo».

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Rossi si concentra sul volto della donna, che capisce pur senza sapere negandosi la verità per andare avanti: la tensione si monta, l’innamorata ferita combatte tra il rispetto per se stessa e quello verso il sentimento che tuttavia prova per quel mascalzone. «So’ dieci anni che non me le dici più ‘ste cose», esplode con dignità. «Ma che ci mettiamo a fare adesso?! La commedia?!», urla Alberto prima di fuggire dal locale nel momento fatale, quasi parafrasando la rottura interna di un film che sta (re)inventando un certo modo di fare la commedia. Chiusura con il punto di partenza della rilettura di Sonego: «bisogna levargli dalla testa l’idea di essere un seduttore».

IL SEDUTTORE (Italia, 1954) di Franco Rossi, con Alberto Sordi, Lea Padovani, Jacqueline Pierreux, Denis Grey, Lia Amanda, Ciccio Barbi, Riccardo Cucciolla, Mino Doro, Mara Berni, Pina Bottin. Commedia. ***

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